IL BLOG DI TATIYAK

Il kayak è diventato la nostra grande passione, quella che ci appaga al punto da abbandonare tutte le altre per dedicarci quasi esclusivamente alla navigazione.
In kayak solchiamo mari, silenzi, orizzonti ed incontriamo nuovi amici in ogni dove...
Così abbiamo scoperto che la terra vista dal mare... è molto più bella!
Tatiana e Mauro

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
_____________________________________________________________________________________________________

22 dicembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #13

🧭 Lunedì 22 dicembre 2025 👣 Ultimo giorno di scuola ⭐ Iniziano le feste

La chiamano sospensione dell'attività didattica perché le lezioni si interrompono per le festività natalizie e riprendono solo dopo l'Epifania, mercoledì 7 gennaio 2026.
Anch'io dopo questo ultimo racconto sospendo per un po' questo diario scombinato perché mi voglio dedicare alle varie amenità che di solito tengono occupata l'intera famiglia durante le feste, cani e gatti compresi.

Negli ultimi giorni ho più volte pensato a come sarebbe trascorrere il periodo natalizio a Ponza e immagino che sarà molto più tranquillo che sulla terraferma, in perfetta sintonia coi ritmi lenti e rilassati che si vivono sull'isola, specie durante l'inverno.

In queste giornate fredde dall'aria tersa, le notti mi sono sembrate molto più buie del solito.
Le stelle in cielo brillano come tante lampadine accese, così intense e vicine che sembra di poterle toccare.
L'inquinamento luminoso non ha ancora avvolto l'isola e mentre lungo la costa le luci della città si riverberano sulle nuvole basse ed accendono la sera con un velo argentato, qui la notte nera si apre su un mare ancor più nero e ovunque dilaga un'oscurità talmente densa da essere palpabile e persino accogliente.
Il buio è quasi totale, come il silenzio. E la notte sull'isola si ammanta di un sapore speciale.

Lungo le strade nei pressi del porto hanno sistemato delle luminarie, alcune panchine a forma di palla di Natale e di pacchetti infiocchettati: le foto che mi han fatto vedere gli alunni mi sono sembrate molto suggestive e sedersi tra quelle cascate di luci colorate sembra il giusto antidoto per contrastare l'oscurità naturale che avvolge l'isola al calar della sera.

Alcuni studenti si sono organizzati per trascorrere insieme la notte di Capodanno nella casa libera di uno di loro, sopra al porto ma in mezzo alla campagna, e in questi ultimi giorni di scuola hanno raccolto le quote per andare a fare spesa di cibi e bevande a Formia, dove tutto costa meno.
Mi piace osservare quella frenesia allegra che accende un interesse reale, un senso pratico ed una capacità organizzativa che spesso è difficile cogliere durante le lezioni.

Sistemo la casa per l'ultima cena da sola, preparo un'ottima zuppa di orzo coi porri (qualcosa sto pure imparando a cucinare!), metto in valigia la pentola a pressione da aggiustare (perché la valvola non funziona bene come dovrebbe) e le poche cose da lavare (perché qui non c'è la lavatrice), in serata finisco di (ri)leggere l'ennesimo libro: "Ora poi che le scriveva le parole lì sul bianco della carta, nero su bianco, non le avrebbe perdute più, non le avrebbe dimenticate più. Erano sue, solo sue. Le aveva rubate, rubate a tutti quei libri..." [L'arte della gioia di Goliarda Sapienza]

Salire sul traghetto per l'ultimo volta dell'anno mi trasmette un misto di allegria e di malinconia, come tutte le cose che finiscono e che lasciano il posto ad altre cose che iniziano.
Appena arrivo in coperta mi sorprendo ad accarezzare un grosso alano di taglia media che mi sembra comunque altissimo: si chiama Marte, è un cucciolone di quasi tre anni che vive a Ponza e ha un padrone simpatico che non sembra infastidito da tutte le mie domande, la più astrusa delle quali è sul perché il cane sia talmente caldo da sembrare un termosifone.

Prendo posto come al solito in uno dei posti laterali, accanto ai grandi finestroni rigati di salsedine, e mi preparo all'ultima traversata dell'anno: il mare è calmo, il viaggio si preannuncia tranquillo e approfitto per schiacciare l'ultimo sonnellino, col capo reclinato sul giaccone ripiegato sopra lo zaino.

Scendo dal traghetto con un grosso fascio di rami secchi raccolti durante l'ultima passeggiata sull'isola, una bellissima pianta di ginepro ormai secca e ramificata in maniera molto particolare: la cercavo da tempo perché volevo usarla proprio per le decorazioni natalizie.
Questo è quello che mi riporto dall'isola: lucine immaginarie ed un alberello fuori dall'ordinario, insieme a tanti buoni propositi per l'anno nuovo!

Le volute dell'olio in padella...
La scia del traghetto dell'ultima traversata dell'anno...
Il mio nuovo alberello di ginepro...

15 dicembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #12

🧭 Domenica 14 dicembre 2025
👣 Appunti sparsi sull'isola
⭐ Un fine settimana di studio e scoperta

Sono rimasta a Ponza per studiare.
Mercoledì ho un altro esame, di quelli che servono per migliorare il punteggio, o come dico io da un po', per accumulare i punti fragola del supermercato della scuola: uguale ai quiz per l'ammissione al semestre di medicina che in questi giorni sta sollevando tante polemiche, perché anche a chi insegna sono imposti test a crocette con risposta multipla, che si possono superare ripetendo nozioni mnemoniche prive di contenuto. Almeno così sembra a me.
Uno scoramento.

Per resistere meglio, ho deciso di fermarmi per il fine settimana nella casetta con la veranda, anche se la nostalgia di casa si fa più forte via via che si avvicinano le festività natalizie.
Ed eccomi a riscaldare risotti scotti e tisane rigeneranti e a sognare di incartare pacchi e pacchetti da sistemare sotto l'albero che non ho ancora fatto... e a fare brevi escursioni tra una sessioni di studio e l'altra.

Sabato esco di buon mattino per andare ad esplorare una scalinata che da qualche tempo mi scopro a fissare dalla finestra: si inerpica tra le casette colorate di Cala Feola, su per il versante montuoso fino a raggiungere l'ultima stradina, che termina in un piccolo parcheggio senza uscita: oltre le due auto e il motorino si intravede un sentiero che si perde subito nella macchia mediterranea e che seguo senza esitazione fino al costone roccioso a strapiombo sul mare.

Una mano misteriosa ha sistemato tra i cespugli una vecchia sedia di legno, a cui piedi si raccolgono cartucce da caccia in ogni gradazione di colore, come in una collezione a cielo aperto che se non fosse carica di morte potrebbe avere anche un suo fascino particolare...

Sto per rientrare quando mi soffermo a fotografare un giovane eucaliptus in fiore, carico di quei ciuffetti rossi che assomigliano a dei minuscoli pompon: un signore passa con la sua Ape carica di mattoni, una di quelle Vespe col cassone tipica dell'isola, ideale per trasportare merci e cani da caccia lungo le stradine strette di Ponza.
Insiste per offrirmi un passaggio e allora gli chiedo di portarmi verso i faraglioni di Lucia Rosa, ma presi dalle chiacchiere mi lascia più lontano, alla biforcazione della strada che da un lato scende al porto e dall'altro prosegue lungo la panoramica che abbraccia Monte Pagliaro.

Mi incammino attratta da un rumore insolito, quello delle pale di un piccolo elicottero che per tutta la mattina effettua brevi voli tra un versante e l'altro dell'isola per scaricare una serie di grandi sacchi di materiale edile in un ancor più grande cassone di raccolta: rimango per qualche minuto ad osservare la precisione millimetrica con cui il pilota effettua ogni consegna e penso a che vista si deve godere da lassù, dall'alto di quella piccola cabina tutta vetri che riflettono persino le nuvole in cielo.

Appena trovo un sentiero che si infila nella fitta boscaglia di ginestre lo seguo fino al limitare del promontorio. In alcuni tratti le ginestre sono andate a fuoco, ma i tronchi contorti non si sono seccati del tutto e immagino che in primavera molti torneranno a fiorire.
Tornerò anch'io per controllare.
Rientro a casa carica di rami e foglie e fiori, e ho raccolto anche una mezza dozzina di piante grasse per arricchire la mia già nutrita collezione, e mi sento anche più contenta così di quando vado a farmi regali nel mio solito vivaio..

Domenica invece seguo le indicazioni del padrone di casa e mi avventuro lungo un sentiero "segreto" che parte proprio sopra la veranda e si perde nella vegetazione fitta e profumata che riveste l'intera collinetta affacciata su Cala Inferno.
Seguo i gradoni intagliati nella roccia, e più avanti ricavati dai vecchi terrazzamenti che un tempo rivestivano tutto il versante, coltivati a lenticchie, cicerchie e fagioli, come mi spiega al rientro lo stesso padrone di casa: "c'erano tanti confinati sull'isola, facevano lavorare loro, ma adesso non c'è più nessuno che si dedica a lavorare la terra".

In pochi minuti mi ritrovo affacciata ad un belvedere che toglie il respiro, a strapiombo sul mare tra una lunga spiaggia di ciottolini grigio perla e una serie di grotte intagliate nella scogliera dello stesso colore.
Un pettirosso si intrufola tra i cespugli, le lucertole si affacciano sulle pale di fico, dietro un muretto mi pare di intravedere la coda di un leprotto. I cespugli di euforbie sono più alti di me e quelli secchi sono così ramificati da sembrarmi quasi più belli di quelli verdi. Le piante di erica sono tutte in fiore, con quei caratteristici grappoli all'estremità di ogni rametto, pieni di campanelline rosate che a guardarle da vicino sembrano dei vasetti in ceramica dai bordi ondulati dipinti di viola.

Se il padrone di casa non mi avesse aperto quella porticina azzurra che dal terrazzo immette direttamente nel sentiero "segreto", non avrei mai scoperto che la veranda ha un grande giardino terrazzato sul retro: mi siedo sull'erba secca, appoggio la schiena al tronco nodoso di un piccolo ginepro e finisco di leggere il libro iniziato venerdì: "Non credere, l'aveva incoraggiata, guarda che la vita a volte può sorprenderci e darci anche di più di quello che avevamo desiderato."[Sarebbe bellissimo di Paola Antonia Tasca]

La rugiada del mattino...
Il belvedere del sentiero "segreto"!
L'euforbia secca è quasi più affascinante di quella viva sulla sinistra...
Uno dei muretti a secco diventato sentiero...
Una pianta di ginepro bella anche se secca! 

05 dicembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #11

🧭 Venerdì 5 dicembre 2025
👣 Giornate fredde e piovose
⭐ Uno spiraglio di luce 

Ieri ho dovuto accompagnare la quinta classe in chiesa: su invito del comandante dell'Ufficio Marittimo di Ponza, una rappresentanza della scuola ha partecipato alla messa eucaristica in onore di Santa Barbara, la patrona dei marinai.
Studenti in divisa, uscita anticipata, trasferimento in autobus: un'ora di funzione nella chiesa del porto, la Chiesa Madre dei Santi Silverio e Domitilla, insieme a rappresentanti in alta uniforme di Guardia Costiera, Carabinieri e Guardia di Finanza.
È la prima volta che mi capita, e ancora rifletto sull'importanza di conciliare le tradizioni religiose locali con il principio di laicità della scuola pubblica.

Uscita dalla chiesa, il sole inizia a fare timidamente capolino tra le nuvole, una piacevole sorpresa dopo le ultime giornate di rovesci persistenti, tanto da dover attivare l'allerta meteo arancione in tutta la regione: decido allora di concedermi una passeggiata in questa zona dell'isola, che non ho ancora avuto modo di esplorare come vorrei.

Mi inerpico su per una scalinata  irregolare che dalla scuola, la cui sede centrale dista pochi passi dalla chiesa, sale lungo il costone roccioso che dal porto conduce verso Monte Guardia: dopo alcuni scalini che serpeggiano tra le case più basse, ci si può affacciare in mare aperto sui Faraglioni del Calzone Muto, così chiamati perché pare che un pescatore muto andasse sempre lì a pescare, con una tale frequenza che nella roccia sembra rimasta impressa la forma bianca dei suoi calzoni. 

Qui è tutto un susseguirsi di ville chiuse ma ben tenute che si contendono ogni spazio utile, adagiate tra gli scaloni che modellano la collina sovrastante il porto, ricche di cortili interni e terrazze panoramiche, in ogni angolo grandi vasi di piante grasse che, protette dai bassi muretti imbiancati a calce, crescono che è una meraviglia.

Salgo lungo il sentiero che diventa sempre meno acciottolato e sempre più sterrato, e oggi anche un po' fangoso: non ho le scarpe adatte, ma scorgo l'indicazione per la Cappella della Madonna della Civita e mi sorprendo a pensare che chiesa per chiesa, tanto vale allungarsi alla scoperta di un luogo che si preannuncia ameno e selvaggio insieme.

Il sentiero è quello che conduce alla località degli Scotti, dove le maioliche all'ingresso delle case portano tutte lo stesso cognome, Scotti per l'appunto: corre a mezza costa tra terrazzamenti ancora ben conservati e coltivati a vigneti, uliveti e aranceti, ed è cinto oltre che da muretti a secco, talvolta cadenti e sfaldati per le recenti piogge, anche da fitte siepi di euforbie e opuntie, le pale di fico che svettano su un mare così calmo da far venire voglia di camminarci sopra.

La passeggiata è breve, in un'oretta scarsa raggiungo la mia meta, mi siedo sul sedile in pietra davanti all'ingresso della cappella e per qualche minuto mi godo gli ultimi raggi del sole, già quasi del tutto nascosto dalla montagna più alta di Ponza, quel Monte Guardia che allunga la sua ombra scura e gelida sul sentiero sottostante.

Non mi avventuro oltre perché in alcuni tratti i passaggi sono a strapiombo sul mare, talmente stretti che a malapena ci stanno due piedi appaiati e così malmessi da meritare a pieno il nome popolare: Scarrupata. Ci tornerò in compagnia, magari in primavera, quando gli aromi della macchia mediterranea potranno coprire gli effluvi delle cacche dei cani che ora abbondano in gran quantità.

Ridiscendo con calma verso il paese, ammirando la successione di casette dai colori pastello, addobbate per le feste ma quiete e silenziose in questo  primo pomeriggio di fine autunno.
La strada, ora cementata a righe irregolari e grossolane, si snoda sinuosa tra belle ville dai nomi campestri, Villa Marietta, Laetizia e Olimpia, alcune trasformate in alberghi di lusso chissà quanto affollati in alta stagione. Ora sembrano tutte chiuse, forse alcune anche abbandonate, a giudicare dallo stato di incuria in cui versano gli ingressi e le cancellate. 

Gli scorci panoramici che si godono da quest'angolo rialzato dell'isola sono comunque molto suggestivi e ovunque si volga lo sguardo c'è il mare, sempre placido e tranquillo, di un azzurro intenso solo leggermente increspato dalla brezza fresca della giornata.
Arrivo alla fermata dell'autobus con qualche minuto di anticipo sulla corsa e apprezzo la calma del porto, la piazza vuota, l'assenza di ogni attività, ora che il traghetto è appena partito e sembra che abbia imbarcato insieme alle persone anche la loro vitalità. 

Sull'isola rimane il silenzio e la solitudine: inizio a capire meglio perché chi abita qui aspetti con trepidazione la fine dell'estate per restare a godersi in pace l'isola. Rientro a casa giusto in tempo per evitare l'ennesimo temporale, con gli scrosci della pioggia che battono sulle finestre con tale forza che sembra ci sia qualcuno che bussa per entrare... è così da giorni, ma sono contenta di aver approfittato di questo breve sprazzo di sole per assaporare i colori, gli odori e gli umori dell'isola più bella del Mediterraneo.

Chiudo con la poesia "Inverno isolano" di Francesco De Luca, autore ponzese che spesso in dialetto canta dell'isola, la terra nel mare:

"Quanta desolazione
il risonante ciottolato
nella pavida sera,
quando solo i cani strisciano la coda
fra i muri raschiato dal vento,
signore dei vicoli.
Attonito stupore
salta di finestra in loggia
accendendo soffuse parole.
Silenzio: in letargo si vive di gesti.
Nella piazza fiaccole dolenti
annottano la vista
e nel grigio del mare inquieto
ingrigia anche la paura."
[Come l'agave - raccolta di poesie di F. De Luca]

La vista sul faro del porto dall'alto della scalinata che segue il costone roccioso...

Uno degli scorci panoramici che si gode dal Sentiero Scotti 💚💙

La scalinata della Cappella della Madonna della Civita, rivolta a Ventotene che si scorge all'orizzonte 💙

Le melagrane arrugginite di un cancello...
L'ingresso di un'altra villa abbandonata...

21 novembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #10

🧭 Giovedì 20 novembre 2025
👣 Varie amenità e difficoltà
⭐ La bellezza nascosta dell'isola

È tutta la settimana che piove a dirotto, specie di notte, quando gli scrosci d'acqua sulla casetta mi svegliano prima ancora che sorga l'alba e mi rendono insonne fino al suono della sveglia.
Le nuvole cariche di pioggia avvolgono l'isola in un abbraccio sempre più stretto e per lunghe ore scompaiono alla vista tanto la sagoma lontana del Monte Circeo che il profilo vicino dell'isola di Palmarola, ancora oggi nascosta dietro una cortina di pioggia talmente fitta e grigia da cancellare l'orizzonte.

I colori del cielo si tingono di scuro e si caricano di tonalità intense, mi fermo spesso a guardarmi intorno e avverto spesso il timore che induce la potenza inarrestabile dei fenomeni atmosferici.
In giornate come queste mi sembra quasi di entrare in uno dei dipinti di Turner - il pittore capace più di ogni altro di catturare la grandezza delle tempeste, pennellando di rosa e ocra e grigio e celeste sia le nuvole che le onde, per far risaltare nella mescolanza di toni anche la maestosità della Natura. 

Mi affretto per strada, mi avvolgo meglio nella sciarpa e spero di non bagnarmi troppo: il tragitto da casa a scuola è breve e sono così fortunata che riprende a piovere solo quando sono al coperto.
I disagi del maltempo si abbattono sull'isola non solo con pioggia e temporali. Quando piove forte, l'isola scivola verso il mare, e ovunque si formano piccoli ruscelli di fango e detriti che modificano lentamente ma inesorabilmente la fisionomia del posto. Quando non partono i traghetti, non arrivano neanche i medicinali sull'isola, oltre alle merci che giornalmente attraversano il mare. Quando tira vento, cade pure la connessione, non si può scaricare la posta elettronica né inviare messaggi, e persino la voce diventa metallica e gracchia a strappi nel telefono.

Lo scorso fine settimana sono dovuta restare a Ponza per poter seguire le ultime 15 ore di lezione del corso di abilitazione: se avessi preso il traghetto del venerdì pomeriggio, sul quale non c'è connessione, avrei perso le prime ore di lezione e sforato la percentuale di assenze consentite. Quindi sono rimasta rintanata nella casetta con la veranda, ormai impraticabile perché zuppa d'acqua, e ho sperato che il tempo non si guastasse troppo da far cadere la connessione (che ho dovuto riattivare ogni 20 minuti circa, ripetendo la procedura di ingresso nella stanza virtuale non so più quante volte).

Per tutto il tempo ho pensato che ne valeva la pena, di stare in costante tensione ed attesa, perché nonostante le difficoltà tecniche sarei comunque riuscita a completare finalmente il percorso di formazione che mi ha tenuta impegnata tutti i fine settimana degli ultimi tre mesi: e così domenica sera ho festeggiato da sola con una lunga doccia calda e rigenerante.
Per poi tornare a tormentarmi per la scarsa connessione: ho saltato le prove di musica a distanza, ho cancellato una riunione da remoto del circolo Arci, ho avuto difficoltà a entrare nel registro elettronico della scuola.
Vivere disconnessa non è sempre così semplice e piacevole...

Questa settimana ho cercato di distrarmi dalle preoccupazioni tecnologiche facendomi incuriosire dalle piccole bellezze dell'isola, sparse qua e là sulla strada che mi porta da casa a scuola. Ho approfittato dei rari momenti di bel tempo, quando il sole riesce a fare capolino tra le nuvole sempre cariche di pioggia e dipinge tutto d'oro e d'argento.

Quando si rischiare un po' il cielo, torno al Belvedere della Madonnina, un punto panoramico che si trova proprio di fronte alla mia veranda, tanto che a volte l'aria è così tersa che ho come l'impressione di poterlo toccare solo allungando una mano.
La stradina che conduce al belvedere parte ai piedi della chiesa di Le Forna: prima serpeggia tra le casette basse dei dintorni e poi si arrampica per la piccola collinetta ricoperta di vegetazione. Seguo le mattonelline di ceramica usate come indicazioni turistiche e dopo qualche scalino intagliato nella roccia tufacea ed un paio di curve nascoste dalle piante di fico d'india, raggiungo la sommità e mi accomodo su una delle tre panchine in marmo sistemate ai piedi della statua della Madonnina. 

Mi lascio cullare dal profumo della macchia e del mare, guardando dall'alto le scie dei gozzi che escono a pesca e ascoltando distratta il suono del vento tra i cespugli di mirto e corbezzolo.
E così ogni pensiero e ogni fatica si dileguano nel riverbero della luce sull'acqua, nella distesa blu che avvolge l'isola e disperde come d'incanto ogni tensione e frustrazione.
Si può vivere bene anche senza connessione, basta adattarsi. E la mia strategia preferita è sempre la stessa: leggere.

"Continuarono a percorrere la strada tra le vigne che fino a pochi anni prima erano verdi e oro, adesso chiuse da muretti a secco ricoperti di rovi. Scendendo verso il paese, nonostante la giornata si stesse mettendo male, Mallena non perse l'occasione per osservare il mare dall'alto. Restò incantata dalla distesa d'acqua che la affascinava ogni volta; allo stesso tempo quell'immenso ignoto, specie nei giorni freddi e ventosi, la turbava. Per tutti gli anni che aveva vissuto ai piedi del Supramonte, il mare non lo aveva visto mai, lo aveva solo immaginato, ma non credeva fosse così vasto, né che nelle giornate di sole il colore fosse lo stesso degli occhi di sua madre.
[La levatrice di Bibbiana Cau]

Il repentino cambio di tempo e tonalità 
Uno dei muretti a secco dell'isola...
Le pietre dei sentieri intorno alla scuola 
Le screpolature del monitor prendono la forma di un corallo: persino il bancomat sente l'isola!

Non so ancora che pianta è (perché senza connessione non posso neanche consultare l'app dedicata) ma trovo che sia bellissima 💚


14 novembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #9

🧭 Giovedì 13 novembre 2025
👣 Lontananza e distanza
⭐ La musica che parla di isola

Oggi torno per la terza volta in una settimana al Forte Papa, una vecchia fortezza diroccata che si affaccia su Cala dell'acqua.
Ogni volta sfrutto "l'ora di buco" a scuola per uscire a farmi una breve passeggiata verso uno dei punti panoramici più affascinanti di questo versante dell'isola: il sentiero si snoda lungo la vecchia cava ormai abbandonata e serpeggia tra le bianche collinette di bentonite dilavate dalle intemperie, delimitato da una lunga staccionata di legno i cui pali a croce in alcuni punti hanno ceduto, lasciando libero il passaggio alla cauta esplorazione dei dintorni della fortezza, fino all'estrema punta rocciosa che si affaccia a strapiombo sul mare.

Nei pressi del belvedere è stata sistemata, all'ombra di uno stentato arbusto di ginepro coccolone, un'alta panchina di legno dalla cui seduta, dura ma solida, si può ammirare in tutto il suo splendore lo stretto braccio di mare che si distende tra Ponza e Palmarola.
È diventato uno dei miei luoghi preferiti perché si respira insieme l'odore del mare e della macchia. E anche perché, pur frequentato assiduamente in altri periodi dell'anno, a giudicare dalle tracce dei fuochi d'artificio e delle cartucce da caccia, al mattino è sempre deserto, silenzioso e accogliente.

Resto spesso a guardare il mare.
Da quassù ispira timore e rispetto, quando è agitato dal vento che soffia deciso da ogni direzione, ma anche pace e tranquillità, quando invece è calmo e pacioso come in questi ultimi giorni di persistente bonaccia.
Il volo dei rari gabbiani mi ipnotizza, talvolta passano rapidi dei falchetti che quasi non faccio in tempo a riconoscere, talaltra si alzano nervose dai cespugli le quaglie, e spesso scorgo storni e merli che raspano con becco e zampe alla ricerca incessante di vermetti e insetti.

La vista sulla fortezza è alquanto attraente perché i vecchi ruderi, con un unico arco ancora intatto che si apre come una bocca sdentata sul blu del cielo, sono immersi nel verde variegato della lussureggiante vegetazione che li avvolge su ogni lato.
La macchia mediterranea, ancora carica di infiorescenze profumate in questo autunno inoltrato e caldissimo, invade gli stretti sentieri che costeggiano la fortezza in maniera così rigogliosa che in alcuni tratti rende difficile il passaggio, ostruito da un fitto intreccio di rami e radici che nascondono il sentiero e rallentano il passo.
Dallo sperone roccioso oltre la fortezza lo spettacolo è ancora più suggestivo, perché dopo pochi metri la scogliera precipita in mare e ci si può sedere su alcuni scaloni naturali che sembrano sospesi nel vuoto.

Quando siamo andate a visitare il giardino botanico, la guida ci aveva a lungo parlato di un testo fondamentale per la conoscenza della storia delle isole ponziane, la Monografia per le isole del Gruppo Ponziano, un'opera ponderosa redatta nel 1855 da Giuseppe Tricoli, illustre antenato dei Tricoli ponzesi che, dopo la costituzione dello stato unitario, ha ricoperto anche la carica di sindaco dell’isola (facendo qualche breve ricerca, ho scoperto che i Tricoli sono arrivati a Ponza dall'isola di Lipari all’inizio del 1800, che erano considerati anticlericali dai Borbone e che per questo subirono "qualche sopruso": devo ancora capire di quale sopruso s'è trattato, dovrò forse tornare a chiedere alla guida del Giardino botanico).

Nella Monografia si parla anche del Forte Papa: "L'amena ed ubertosa contrada della Forna nella stessa Ponza, lungi cinque miglia dallo abitato, si rimaneva ancora deserta, perchè i primi coloni erano retrosi ad avervi possedimenti, anche per la poca sicurezza. Vi rimediò il Regnante colla costruzione del Forte Papa sullo sporgente riguardante la romagna, e che domini quel seno di ricovero, con tre pezzi di artiglieria, e ponte alzante."
La storia del luogo è interessante, perché attesta una successione di eventi e di costruzioni: "Per poter assicurare una certa sicurezza ai coloni Torresi che arrivarono nel 1772 e si stabilirono a Le Forna, Re Ferdinando fece costruire Forte Papa. Ma in quel luogo, forse, c'era già stata una fortificazione, nel secolo XVI, pare voluta da papa Paolo III, erede della famiglia Farnese, proprietari dell'isola, proprio a scopo difensivo. Ecco l'origine del nome Forte Papa". (tratto dal sito mondimedievali.it)
E in effetti, l'unico segnale posto all'ingresso del sentiero che conduce al Forte Papa, riporta la metà del XV secolo come riferimento temporale.

Mentre resto in silenzio ad osservare la fortezza e il mare, mi capita anche di fermarmi a riflettere sulla differenza, se mai ne esiste davvero una, tra i due termini "lontananza" e "distanza": usati spesso come sinonimi, in questi giorni mi hanno fatto presumere una loro certa specificità.
La lontananza contiene l'assenza e la mancanza, che spesso non riescono ad essere colmate neanche quando si affievolisce la lontananza stessa, geografica o emozionale che sia.
La distanza, invece, mi pare colmabile con la cura, l'attenzione e l'empatia, in modo che quella distanza, talvolta enorme, si possa ridurre e persino azzerare.
Mi si dirà che essendo sinonimi, lo stesso può valere per i due termini, del tutto intercambiabili, ma non so spiegare perché mi frulla in testa questo pensiero strampalato e l'ho voluto trascrivere nel diario anche in modo così approssimativo.
Anche se forse un motivo c'è.

Questa settimana sono tornata sull'isola con un giorno di ritardo, visto che domenica scorsa non ho potuto prendere il solito traghetto pomeridiano (rimandato quindi al lunedì) perché ho suonato nello spettacolo musicale della Piccola Orchestra di Musiche dal Mondo, la mia nuova famiglia musicale da quando tre anni fa ho iniziato a seguire le prove della luminosa maestra Luigia Berti. 

Il concerto è stato un piccolo grande successo, non solo perché il testo è stato cucito dalla direttrice su vari testi musicali e poetici relativi alle isole, nella loro dimensione tanto geografica che metaforica, ma anche perché lo abbiamo portato nel cuore del SOTTOSCALA9 Circolo Arci di Latina, un'isola felice della mia città natale che stiamo cercando di salvare e rilanciare.

Il nome dello spettacolo musicale è per me molto coinvolgente: "Io non lo so se il mare finisce" 🎶
Certe volte, sull'isola, affacciata alla veranda della casetta oppure a qualche balconata naturale che si apre sulle tante cale dei dintorni, mi ritrovo a pensare che davvero il mare sembra non avere fine. È ovunque, abbraccia l'isola da ogni lato, e raggiunge l'orizzonte senza incontrare quasi nessun ostacolo. Visto da casa è un mare che non so se e dove finisce. 

È un mare che mi fa sentire sia la lontananza che la distanza: lontananza da persone, attività ed eventi che non riesco più a seguire; distanza da persone, attività ed eventi che invece riesco ancora a seguire, perché trovo e troviamo i giusti espedienti per ritrovarci. Ieri sera, per esempio, sono riprese le prove musicali per il nostro nuovo progetto artistico e sono stata così felice di poterle seguire a distanza che per una volta non mi è pesata affatto la connessione da remoto!

La musica mi è arrivata forte e chiara, vivace ed energica, così penetrante da farmi sciogliere tutti quei groppi che mi si erano bloccati in gola in questa ultima settimana, forse quella emotivamente più faticosa dall'inizio della mia permanenza sull'isola.
Ecco, la musica guarisce! Anche a distanza!


L'unico cartello che porta al Forte Papa, ma che nette in chiaro il periodo di costruzione
La fortezza vista dalla panchina della cava
L'unica porta di ingresso immette in una saletta separata dal resto della fortezza, che quindi resta impenetrabile...
Il sentiero che corre attorno alla fortezza
Una vasca ricavata nella roccia del belvedere

05 novembre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #8

🧭 Mercoledì 4 novembre 2025
👣 Settimane piene
⭐ Incontri e scoperte

Non pensavo di riuscire a trovare il tempo per scrivere. Non ho quasi tempo neanche per pensare, figuriamoci per scrivere. E invece oggi sono talmente stanca che l'unica medicina per lo stato catatonico in cui sento di essere sprofondata da qualche giorno sembra essere proprio la scrittura.
Sono giorni intensi, pieni di cose da fare: ideare, pianificare, coordinare, realizzare e chiudere progetti a cui lavoro da tempo. Anzi, lavoriamo. Mai da sola, sempre insieme.

La settimana scorsa è stata dedicata alla presentazione di un libro a cui pensavo sin da quando l'ho letto per la prima volta, appena uscito, giusto un anno fa: "La parola femminista" di Vanessa Roghi è un libro pieno di altri libri, che racconta la storia delle donne italiane dagli anni Settanta ai giorni nostri, talmente colmo di speranza, gratitudine e sorellanza da mettermi sempre di buon umore ogni volta che lo sfoglio, anche quando l'ho riletto per prendere appunti in vista dell'incontro con l'autrice.

E ne parlo in questo diario scombinato non tanto perché ha catalizzato le mie energie degli ultimi giorni ma perché gli studi storici di Vanessa Roghi, ricercatrice, divulgatrice e autrice di programmi di storia per RaiTre, si sono spesso concentrati su figure cardine della scuola italiana, dall'esperienza di Don Milani a Barbiana alla pedagogia innovativa di Mario Lodi fino alle "Lezioni di fantastica" di Gianni Rodari (per non parlare di quel suo piccolo gioiello "Le parole per parlare" che ogni anno ripropongo a scuola!).

Incontrare Vanessa al Sottoscala9, il circolo Arci di Latina che da qualche tempo abbiamo deciso di rilanciare (insieme, sempre insieme), è stato per me un po' strano, perché dopo mesi di attesa e molte mail, e pur non avendola mai incontrata prima, m'è sembrato come di conoscerla da tempo. E di slancio ci siamo subito scambiate un abbraccio complice di reciproco conforto, per un ritardo ed un disguido risolti grazie alla fattiva collaborazione di altre magnifiche donne.

L'incontro è stato organizzato dal Collettivo Spontaneo Donne di Latina, di cui faccio parte dalla sua nascita tre anni or sono, e dal gruppo di letture femministe "Libri Elettrici", che del Collettivo è una costola stimolante.
Oltre alle serate di discussione su tematiche femministe e alle cene mensili in cui facciamo autocoscienza, ridiamo e piangiamo insieme, ed insieme scopriamo quanto faticoso ed esaltante è praticare il femminismo, ci dedichiamo anche a guardare film insieme, ad andare a teatro insieme e ad organizzare presentazioni di libri. Insieme, sempre insieme. Perché abbiamo intuito, e con Vanessa abbiamo capito, che il femminismo è davvero tale quando stiamo insieme: "Da sole si era bambine, ragazze, donne. Ma femministe no. Quello lo si era tutte insieme". [La parola femminista di Vanessa Roghi]

E tutte insieme ci ritroviamo a programmare subito nuove cose esaltanti quando ancora non è scemata l'emozione per la riuscitissima presentazione di sabato scorso: sala strapiena, attenzione altissima, domande accalorate ed un canto finale come ciliegina sulla torta di una serata davvero speciale!
Me la sono portata sull'isola, tutta quell'emozione. E mi aiuta a vincere quel magone che mi prende quando la domenica pomeriggio, subito dopo pranzo, devo staccarmi dagli ambienti familiari, dagli affetti consolidati e dalle abitudini confortanti per prendere un treno che mi porta sull'isola piu bella del Mediterraneo. Non voglio neanche pensare a quanta fatica farei se Ponza non fosse tanto bella!

E così nello zaino carico ogni volta un po' di mestizia e un po' di allegrezza, in una curiosa mescolanza che un po' mi rattrista e un po' mi rincuora, perché in questa mia cadenza pendolare scopro non solo perdite ma anche stimoli. Come quelli che si palesano ogni volta che mi accingo all'esplorazione curiosa dell'isola. Che sempre mi riserva sorprese e incanto e meraviglia.

Ieri mi è capitato di farlo insieme.
Insieme ad una dozzina di colleghe della mia nuova scuola (nuova perché dopo due mesi di insegnamento, anche la scuola, come l'isola, è sempre ricolma di novità).
Nel primo pomeriggio, accompagnate da un venticello impertinente e da un bel sole autunnale, ci siamo avviate alla scoperta del Giardino botanico di Ponza, vicino al faro del porto, in una posizione panoramica invidiabile da cui lo sguardo abbraccia, in giornate di cielo terso come queste, tutte le isole vicine e lontane (Gavi, Zannone, Ventotene, Ischia e Procida) e tutta la costa tirrenica che dal Monte Circeo corre irregolare fino al golfo di Napoli, chiuso dalla sagoma inconfondibile del Vesuvio!

Situato tra il cimitero, il faro e i faraglioni, il Giardino occupa la collina intorno al Belvedere Borbonico, una piccola costruzione a pianta esagonale le cui ampie vetrate affacciano direttamente sul mare, in una visuale che spazia a 360 gradi e ti fa sentire al centro del mondo.
Il Belvedere ospita anche un piccolo museo di cimeli storici, appartenuti alla famiglia dell'attuale proprietario, tra i quali attirano la mia attenzione il casco da minatore del bisnonno, il lavabo in ceramica del padre, guardiano del faro di Zannone, e le sfere di vetro policromo usate un tempo come galleggianti per le reti da pesca.

L'ingresso al Giardino è ricavato lungo una scalinata che serpeggia tra gli orti rialzati che un tempo ricoprivano la collina, coltivati a vigneti, e che negli ultimi quarant'anni sono stati trasformati in giardino lussureggianti per salvare le specie arboree tipiche dell'arcipelago ponziano.
Il Giardino infatti, un "serbatoio genetico" nelle intenzioni del suo fondatore e custode, ospita oltre settanta specie vegetali tipiche dell'arcipelago ponziano, dal più comune mirto o ginepro al più raro melocotogno, disposte in maniera volutamente casuale, molte nate spontanee e lasciate prosperare attorno ad un piccolo stagno di acqua dolce.
I sentieri irregolari sono di tanto in tanto abbelliti da varie opere di "land-art", inserite dove meno te le aspetti e spesso avvolte dalla vegetazione fin quasi a scomparire.

Il nostro ospite è una guida appassionata e preparata, un medico in pensione che ora si dedica alla coltivazione delle sue terre e all'allevamento dei suoi non pochi animali da cortile (tra galline, conigli e tortore, il Giardino pullula anche di gabbie e voliere, nascoste all'ombra delle piante più frondose); si capisce che lavora da solo, ma a pensarci bene  neanche lui è del tutto solo, perché alla manutenzione del giardino partecipano attivamente uccelli di varie specie, che propagano le piante delle cui bacche sono ghiotti, come la lantana bicolore che ha tappezzato ogni angolo rimasto libero, riempiendo l'aria del suo tipico aroma di limone.

Gli scorci sull'isola che si godono da lassù sono tra i più avvolgenti che mi sia capitato di scovare.
Con gli occhi pieni di stupore, la testa avvolta da informazioni dettagliate sulla storia dell'isola e le tasche imbottite di semi, bacche, foglie e frutti vari, torniamo a casa quando in paese si accendono le prime luci della sera, il tramonto è ormai calato dietro il profilo scuro dell'isola, e il mare muta il suo colore dall'azzurro vivo al nero profondo.

In cielo campeggia la luna piena più grande dell'anno: rischiara la notte, cancella le costellazioni e illumina l'isola intera, posando sull'oscurità subito intensa una scia luminosa e dorata. Dalla veranda della casetta mi trattengo ad ammirare quel tappeto scintillante srotolato sull'acqua, che raggiunge l'isola di Palmarola e l'avvolge in una luce misteriosa. Resto incollata a questa cartolina notturna per lunghi minuti finché il vento non si fa troppo freddo.

E mi scopro a raccontare a Nim, la cagnetta coccolona che vive sul terrazzo accanto e che scodinzola allegra quando mi sente rientrare, che anche se siamo o ci sentiamo sole in realta non lo siamo mai davvero, perché viviamo immerse (talvolta ignare) in un ecosistema delicato e ricco di vita, con cui possiamo condividere le gioie e i dolori di questa nostra esistenza migrante.
Insieme, sempre insieme.

Il faro, la chiesa del cimitero e l'isola di Zannone dall'ingresso del Giardino Botanico
La scalinata d'accesso al Giardino Botanico affacciata sul porto
Una delle opere di land-art ormai senza nome che emergono dalla vegetazione...
Il fondatore e curatore del Giardino Botanico, il sig. Biagio Vitiello

Le sfere di vetro policromo usate un tempo come galleggianti per le reti da pesca 🧡


26 ottobre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #7

🧭 Domenica 26 ottobre 2025
👣 Bloccata sull'isola
⭐ Il vento forte come unica compagnia

Prima o poi doveva succedere.
La navigazione è stata sospesa a causa del maltempo.
Le previsioni annunciano onde di quattro metri, e venti di trenta nodi (Forza 7 della Scala Beaufort): la mappa del sito che consulto da sempre per bollettini accurati sulla forza del vento e sullo stato del mare è una tavolozza di colori che in una sola giornata vira dall'azzurro dei 10 nodi al verde dei 20 nodi all'arancio dei 30 nodi. 

Il traghetto non parte.
Né da Formia, né da Ponza.
I collegamenti marittimi sono cancellati per "condimeteo avverse", espressione mai così azzeccata.
Il mare si gonfia di cavalloni bianchi e tutta l'isola è avvolta da un vento di ponente che  entra in ogni cala e ogni vallata.
La pioggia arriva giovedì sera e cade per tutta la notte: il mattino di venerdì è grigio e le finestre della casetta sono rigate da gocciolone d'acqua frammiste a polvere e sabbia, graffiti naturali talmente fitti da farmi pensare che i vetri siano stati smerigliati.
Non riuscirò a pulirli mai più.

Resto sull'isola.
Dai racconti isolani immaginavo (e speravo) che accadesse più avanti, nei mesi invernali di gennaio e febbraio, quando i fenomeni meteorologici estremi sembrano più frequenti.
Ma ormai non ci sono più le mezze stagioni, signora mia, e anche se c'è ancora chi si ostina a non (voler) credere ai cambiamenti climatici, qui sull'isola mi pare ancor più evidente che il surriscaldamento globale stia sovvertendo le stagioni, le temperature e pure il mio stato d'animo.
Fa caldo come in pieno agosto, ma piove come in pieno inverno, e il vento è così forte da fare tremare le mura della casetta.
Gli ululati del vento sono così penetranti che a scuola non si riesce a sentire quel che dice la prof. e a casa devo alzare il volume della musica. Le raffiche del vento sono così violente che piegano alberi e persone, arruffano capelli e strappan via cappelli, tanto che per rientrare a casa mi sono dovuta fermare più volte in qualche angolo ridossato.

Le canne selvatiche cresciute sul bordo della strada sono piegate dal vento, tanto che i ciuffi pelosi e giallognoli arrivano a toccare terra; riscopro il piacere di ascoltare il canneto che suona al vento, anche se il rumore sordo emesso dei fusti cavi, sbatacchiati in modo così irregolare, non è poi così rilassante come quello delle campane a vento orientali, ma ricorda piuttosto quello secco e inquietante delle nacchere, come se fossero percosse in maniera furiosa da folletti del bosco dispettosi e invisibili.

Sibili, fischi e mugolii compongono la colonna sonora di questo mio fine settimana a Ponza.
Mi sento calata nel più lungo romanzo che abbia mai letto: "Un temporale che esplode sopra i tetti, i tuoni rimbalzano sulle tegole come palloni calciati dalla luna, il vento uggiola tra le imposte e strilla tra le chiome degli alberi, le travi cigolano e le voci umane si confondono nel battito martellante della grandine sui coppi e sui teloni della serra". [Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi].
C'è tutto sull'isola, manca solo la grandine.

La settimana scolastica è stata piena di impegni pomeridiani, tra consigli di classe e incontri con le colleghe di sostegno, e così recupero del tempo per me sola, facendo lunghe passeggiate di esplorazione dell'isola.
Venerdì scendo lungo una scalinata sconnessa che dalla strada principale conduce giù verso il mare, passando prima tra case bianche cinte da giardini nascosti da alte mura pure bianche, e finendo poi tra scogliere di origine vulcanica in cui sono state intagliati scalini via via sempre più stretti. 

Si arriva ad una specie di fonte naturale, una vasca ricolma di capelvenere e finocchio di mare, piantine delicate che ricoprono con un tocco di verde intenso la roccia ocra e grigia. Le scalette si interrompono sugli ultimi scogli e per raggiungere il mare è stato fissato alla parete un tirante d'acciaio, che non mi azzardo neanche ad avvicinare perché l'acqua dolce della risorgiva ha ricoperto il passaggio già impervio di uno scivoloso strato di alghe. 

Ammiro il mare dall'alto, protetta dagli spruzzi frequenti delle onde dietro una sporgenza rocciosa che affaccia su un vecchio bunker militare dell'ultima guerra: Cala dell'acqua da questa prospettiva sembra un'altra cala e resto ammirata da questo gioco di scorci incrociati - finalmente ho capito come raggiungere la scalinata interrotta che da tempo guardavo dall'altro versante della baia.
Una volta tornata sulla strada principale, provo a chiedere alla signora seduta in terrazza se la stradina ha un nome e lei mi risponde così: "Se ce l'ha, lo sanno solo le persone che ci vivono".

Sabato invece mi metto in testa di andare a fare il bagno.
Il vento è calato quel poco da quietare il mare, ma tanto Cala Gaetano che Cala Cecata, su due versanti opposti dell'isola, sono ancora imbiancate dalle onde frangenti, che si ingrossano proprio davanti agli scogli che proteggono la cala.

In realtà, Cala Gaetano della cala ha solo il nome, perché ai piedi della scalinata intagliata nella roccia, e zigzagante per 330 faticosissimi scalini irregolari, non c'è neanche un granello di sabbia, soltanto scogli ammassati alla rinfusa e lavorati dal mare e dal tempo.

Resto a godermi lo spettacolo meraviglioso e ipnotizzante del mare in burrasca, guardandomi attorno tra l'ammirato e il preoccupato perché la natura può essere tanto accogliente quanto minacciosa.
Non mi riesce di farmi il bagno, nonostante il caldo che mi avvolge non appena il sole fa capolino tra le nuvole: riproverò oggi pomeriggio, se trovo una caletta che non sia investita dalle solite raffiche, anche se per domenica è previsto un peggioramento ulteriore delle condizioni e il vento ha già ripreso a dominare l'isola, riempiendo di nuove sonorità queste mie lunghe giornate di riposo e di scoperta...

Cala Cecata di sabato mattina
La manina di Cala Cecata con i molluschi detti cornetti comuni (Osilinus turbinatus
Cala Gaetano nel sole di sabato

20 ottobre 2025

Corso di aggiornamento di tecniche e tecnici del settore marino FICT

Questo fine settimana si è svolto il primo incontro di aggiornamento di tecnici e tecniche del settore marino organizzato dalla FICT a Pedaso (Marche). 
Inizio ringraziando chi lo ha ideato, organizzato e gestito perché senza il contributo di così tante persone non sarebbe mai stato possibile vivere insieme una tale esperienza.

Sullo scivolo di alaggio di Pedaso (Marche) - scusate, ma non ricordo chi ha scattato la foto!

Sono molto contenta di essere stata coinvolta come formatrice e avevo proposto di concentrare il programma delle due giornate su alcune tematiche per me sempre molto stimolanti, specie in gruppi numerosi composti da persone preparate e motivate: insegnare ad insegnare, con particolare attenzione alle più efficaci metodologie didattiche; esercizi di equilibrio a terra ed in acqua per migliorare la capacità di conduzione del kayak da mare in totale sicurezza; giochi di coppia e di gruppo per rendere ogni manovra non solo efficace e sicura ma anche divertente; sessioni teorico-pratiche di assistenza e salvataggio, con particolare attenzione ai traini in condizione di mare formato. 
Non abbiamo avuto tempo e modo di coprire ogni argomento (alcuni spero saranno "ripescati" nel prossimo incontro perché meritano di essere ripresi e approfonditi), anche perché abbiamo iniziato l'incontro con un momento dedicato al lavoro di gruppo per raccogliere le suggestioni di tutte le persone presenti (26 in totale + 3 di assistenza in cucina!). 

Le prime foto da drone - Photo credit: Alessandro Poli

Sono state un paio d'ore molto intense che ci hanno permesso di conoscerci meglio e di evidenziare sin da subito le caratteristiche di un gruppo alquanto eterogeneo per età, genere ed esperienza in kayak, sia tecniche che didattiche.
La parola più ricorrente è stata "confronto" e così abbiamo modificato il programma per adattarlo alle nostre esigenze: abbiamo iniziato articolando il lavoro in piccoli gruppi per le sessioni teorico-pratiche del sabato, mentre la domenica, complice una giornata autunnale soleggiata, abbiamo provato a sintetizzare il programma per lavorare insieme sulle modalità di apprendimento e di insegnamento attraverso il gioco: e così gli addominali hanno lavorato più per le grandi risate che non per gli esercizi ginnici proposti.
Abbiamo anche dedicato tempo e attenzione alla restituzione dell'attività a fine giornata ed è stato molto interessante notare quanto uno stesso argomento possa essere affrontato in modo tanto variegato, approfondendo aspetti via via differenti: mi sono emozionata per la cura profusa, la profondità delle riflessioni e soprattutto l'attenzione reciproca.
Mi sono sorpresa a pensare quanto sarebbe bello organizzare incontri del genere non tutti gli anni ma piuttosto tutti i mesi!

Il gruppo al primo incontro di presentazione (chi era andato in cima alle scale?)

L'accoglienza in una struttura comune, di per sé carica di fascino e di storia, ha reso le due giornate ancora più intense e formative, perché abbiamo potuto godere non solo della reciproca compagnia ma anche di tanti momenti conviviali, durante i quali abbiamo continuato a parlare di kayak a colazione, pranzo e cena (sempre condivisa, perché abbiamo assaggiato i prodotti tipici di varie località italiane e perché abbiamo scoperto una gran quantità di belle cose a proposito di tante persone!).
Mi ha molto colpita la facilità con cui riusciamo a recuperare rapporti di amicizia rimasti sospesi nel tempo, senza che la distanza geografica influisca sull'intensità, e anche ad allacciare nuove relazioni di conoscenza e di intesa sulla base del comune interesse per il kayak d'amare!
Riporto uno dei commenti che sono fioccati nella chat, ora stracolma di foto ricordo ed emoticon "cuoriciosi": "La mia prima partecipazione a un'iniziativa della Fict è stata super positiva! Simpatia, empatia, complicità, passione, amicizia, condivisione, generosità, solidità! Ho portato tanto a casa!" (Grazie Angelo per il messaggio e grazie Alessandro per le foto dal drone!).

Gadget ricordo multicolori e auticostruiti

Chiudo con un aneddoto che rende bene il livello di fatica e di allegria con cui sto tornando a casa: stamattina sono scesa per l'ultima volta nella sala comune con la faccia ancora imbrattata di crema idratante. Mi ero scordata di spalmarla perché mentre aprivo il barattolino ho sentito un rumore sospetto di ferraglia scivolare giù per il tubo di scarico del lavandino: il mio orecchino a forma di pesciolino.
E non avevo la minima speranza di poterlo recuperare, però un tentativo lo volevo fare.
Ma solito Marco tuttofare mi guarda e mi dice: "Intanto togliti la crema dal viso e poi accompagnami a prendere la chiave inglese per smontare il collo d'oca del lavandino. E che problema c'è!"
Ed è proprio quello che meglio riassume ciò che accade ogni volta che partecipiamo ai nostri incontri di kayak: troviamo persone che con invidiabile competenza, conoscenza e abilità ci aiutano a risolvere un problema, che con la giusta dose di pazienza e comprensione trovano la maniera di restituirci serenità e fiducia, che col sorriso sulle labbra ci capiscono e sostengono, sia in acqua che a terra (e anche se ci sentiamo a terra!).
Credo che dipenda dal fatto che sappiamo di essere persone privilegiate perché possiamo condividere la stessa grande passione! Che non è solo quella per il kayak da mare, ma anche per una navigazione d'altura, non in solitaria ma in ottima compagnia!

La stella marina più bella di sempre - Photo credit: Alessandro Poli

Altre foto sulla pagina social di Alessandro Poli, che ha scattato le foto con il drone!

17 ottobre 2025

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #6

🧭 Giovedì 16 ottobre 2025
👣 Quinta settimana di scuola sull'isola
⭐ Bagni di sole e di sale

Martedì scorso ho fatto il bagno.
Il mare era calmo come una tavola, uno specchio argenteo così immoto che rifletteva il cielo azzurro, le nuvole rosate e persino il volo radente dei gabbiani.
Per due o tre giorni l'isola è rimasta sospesa in una calma quasi irreale.

Lungo il tragitto che mi porta a scuola, potevo assaporare il profumo dolce del pane appena sfornato, frammisto a quello più acido della bella di notte, che qui riempie in maniera spontanea i bordi della strada di folti cespugli ricolmi di fiori gialli e viola. 

L'aria era così ferma da non far svolazzare nemmeno un granello dal lavoro certosino e frenetico dello spazzino, che ramazza di buon mattino con una scopa di saggina (perché sull'isola usano ancora le scope di saggina!) i piccoli spiazzi nei pressi dei bidoni della raccolta differenziata (perché sull'isola non è ancora arrivato il sistema porta a porta!).

L'acqua aveva assunto una colorazione vivida ed invitante, illuminata dai raggi solari fino in profondità, con gradazioni difficili da definire ma che mi han fatto come sempre pensare ad un acquarello, carichi entrambi, acqua e pittura, di arte e di grazia. 

La cala che si apre proprio sotto la scuola, e che scorgo anche dalla veranda della casetta, mi è sembrata ancora più bella del solito, così seducente allo sguardo da indurmi a sperimentarla anche col resto del corpo.
Così, prima di uscire, ho afferrato al volo la piccola sacca del nuoto (costume, maschera e scarpette da scoglio) e finita la scuola mi sono regalata una doppia immersione nella bellezza e nella tradizione isolana, nuotando per un'oretta tra mare e storia.

Cala dell'acqua è una delle baie più rinomate dell'isola, frequentata durante la stagione estiva da una fitta schiera di turistə che si sistemano con teli e ombrelloni sulla stretta scogliera rimasta agibile ai piedi della vecchia miniera.
La struttura industriale ormai abbandonata, cadente e arrugginita, ha rappresentato per molto tempo un fiore all'occhiello per l'isola di Ponza, come testimoniano le maioliche commemorative disseminate lungo il percorso: negli anni ‘30 del Novecento, infatti, è stato individuato nella zona il primo ricco giacimento di bentonite in Italia, un minerale dalle molteplici applicazioni industriali che veniva trasportato con motovelieri alla raffineria di Gaeta. Sul fondo della baia, inoltre, giace il relitto del Kastell Luanda, una nave cargo impiegata proprio per il trasporto della bentonite, naufragata nel 1974 e da allora divenuta un’altra attrazione per gli appassionati di immersioni.

Freddolosa come sono sempre stata, non sapevo se bagnarmi solo i piedi o se spingermi oltre la scogliera semi sommersa, ma non ho saputo resistere al richiamo di un mare così carico di storia e di storie e mi sono lentamente immersa nella placida piscina naturale.
Ho potuto scorgere, adagiate sul basso fondale, solo alcune putrelle arrugginite del vecchio pontile e di certo il relitto sarà ben più affascinante: in rada, però, c'era la bettolina dell'acqua e non ho potuto esplorare granché i dintorni. Dovrò ritornare.

Pensavo che il nome della cala derivasse proprio dal fatto che qui attracca la nave dell'acqua ma, come spesso accade sull'isola, l'origine è ben più risalente nel tempo.
E così scopro da una veloce ricerca on-line che Cala dell’Acqua deve il suo nome alla presenza di una sorgente d’acqua dolce che, in epoca romana, alimentava un complesso sistema di acquedotti: "attraverso una rete di cunicoli scavati nella bentonite, l’acqua veniva raccolta e convogliata fino alla zona portuale dell’isola, rappresentando un capolavoro di ingegneria idraulica." (ViviPonza.com).

Pure il tramonto, quella sera, è stato indimenticabile, in tutto analogo a quello letto nel romanzo svedese che ho tenuto sul comodino in questi ultimi giorni: "Il sole era tramontato rosso incandescente un momento prima, ma aveva lasciato dietro di sé una scia di colore che bastava a tingere tutto il cielo [...] Nel frattempo l'acqua [...] si era trasformata in uno specchio nero, laggiù sotto le montagne scoscese; e su quel nero avanzavano striature di sangue rosso e d'oro splendente". [L'imperatore di Portugallia di Selma Lagerlöf]

Da ieri invece è tutto cambiato.
Il cielo s'è oscurato, una pesante foschia nasconde il Monte Guardia, il picco più alto dell'isola, e una grigia cortina di pioggia cancella dalla vista Palmarola e parte dell'orizzonte: mi sembra di essere sospesa su una delle pietre volanti di René Magritte. Il vento, che nella quiete delle ultime giornate sembrava essere stato per sempre allontanato dall'isola, ha ripreso a soffiare con tale violenza che in classe si sentono i suoi sinistri ululati, talmente forti da sovrastare spesso la spiegazione della lezione.

Il mare si tinge di un nero affatto rassicurante e comincio a temere che il traghetto potrebbe non partire: controllo gli avvisi sul sito della compagnia di navigazione ed in effetti per le condizioni meteorologiche sfavorevoli (riassunte in "condimeteo avverse") parte una nave diversa, quella che dicono essere più stabile. Ma deve essere anche molto più vecchia, perché i rumori che salgono dalla struttura non sono affatto confortanti: la nave dondola persino ora che è attraccata alla banchina principale del porto, non oso immaginare là fuori in mare aperto che sorte toccherà al vecchio scafo e a me povera passeggera imbarcata.

Mi avvicino desolata al gabbiotto per acquistare il biglietto: mi conforta un po' poter mostrare all'impiegato la mia nuova tesserina da pendolare, che dà diritto ad uno sconto considerevole sul prezzo di ogni tratta.
Magra consolazione.
Il cielo si chiude attorno al porto e nasconde sia Zannone che Gavi, il piccolo isolotto quasi attaccato all'estremità dell'isola: la pioggia è così fitta che la visuale è assai ridotta e le goccioline leggere "azzuppaviddrano", come direbbe il mai dimenticato Camilleri, fluttuano in ogni direzione e per il forte vento corrono così orizzontali da dare l'impressione che il mondo stia per capovolgersi.

Non vorrei proprio lasciare il molo, ma ho preso un giorno di permesso a scuola per partecipare ad un corso di aggiornamento sul kayak da mare della Federazione Italiana Canoa Turistica in quel di Pedaso, ridente cittadina della costiera marchigiana, e ogni spostamento dall'isola richiede almeno una giornata di viaggio: quindi, se voglio arrivare in tempo a destinazione, devo per forza affrontare oggi le tre ore di questa traversata movimentata.

Avrei voluto finire di scrivere questa paginetta di diario sul traghetto, ma non mi riesce di tenere a bada la nausea da naupatia (termine che ho appena scoperto e che nobilita questo senso di vulnerabilità che da sempre mi assale quando metto piede su un'imbarcazione che non sia un kayak da mare!).
Ricorro allora al rimedio per me infallibile e più volte testato, quello che mi mette in pace con la coscienza e mi fa dimenticare il cigolio dell'oblò sotto cui mi sono seduta e che emette su ogni cavallone uno stridore preoccupante, tipo TraTraTTra-StraTTaTTTra. Dormo. 

Mi addormento reclinata sullo zaino e anche se all'arrivo mi sveglio con un leggero torcicollo, saltello giù dal traghetto con la felicità bambina di poter finalmente toccare terra!

Cala dell'acqua in una bella giornata di sole
Cala dell'acqua in una giornata di pioggia 
La bentonite (sula sinistra) e alcune strutture (sulla destra) della vecchia miniera
La scogliera lavorata di Cala dell'acqua 
La manina di Cala dell'acqua