IL BLOG DI TATIYAK

Il kayak è diventato la nostra grande passione, quella che ci appaga al punto da abbandonare tutte le altre per dedicarci quasi esclusivamente alla navigazione.
In kayak solchiamo mari, silenzi, orizzonti ed incontriamo nuovi amici in ogni dove...
Così abbiamo scoperto che la terra vista dal mare... è molto più bella!
Tatiana e Mauro

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
_____________________________________________________________________________________________________

04 marzo 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #20

🧭 Mercoledì 3 marzo 2026
👣 Giornate piene
⭐ Fine settimana sull'isola

Stanca dei continui su e giù, del traghetto e del viaggio stesso, dei frequenti bagagli da fare e disfare e adesso anche dei ripetuti scioperi dei treni, ho scelto di rimandare il rientro a casa per restare nel fine settimana sull'isola ad esplorare i dintorni.
Giornate piene scandite dai miei orari preferiti: sveglia naturale, con la luce del giorno che filtra dalla finestra senza scuri; risveglio lento, restando a letto a leggere per un paio d'ore; colazione in tarda mattinata, con la marmellata di prugne fatta in casa dal mio fidanzato preferito e finalmente una passeggiata all'aria aperta.

Ho sempre voluto esplorare quella collinetta puntuta che si staglia di fronte alla veranda della casetta, giusto sopra Cala Feola. Chiedo al padrone di casa ma non c'è mai andato. E non c'è modo di sapere come si chiama.
Devono esserci dei sentieri anche là, come ovunque sull'isola, anche se non sono segnalati, come capita per la maggior parte dei percorsi battuti solo dai locali e dai cacciatori, a giudicare dalle dozzine di cartucce abbandonate che raccolgo e poi butto (ho quasi pensato di iniziare una nuova collezione di tubetti colorati ma, insomma, meglio di no!).

Mi avventuro.
Nello zaino infilo in ordine sparso il libro, il telefono per fare le foto, una bottiglia d'acqua fresca, gli occhiali da vista e quelli da sole. Quando esco di casa il cielo è ancora velato da un'uniforme manto coprente di un bel grigio perla, che illumina la giornata e lascia filtrare un certo calore primaverile, ma conto che il sole si imponga presto sulla coltre nuvolosa e so già che la luce intensa di queste prime giornate di marzo mi richiede l'uso delle lenti scure (di cui col passare degli anni ho sempre più bisogno).

Mi lascio guidare dall'istinto e, come spesso mi capita, alla prima occasione cambio programma. Lungo la strada principale incontro una piccola scalinata che si inerpica tra la macchia e non resisto all'attrazione, sia di lasciare la strada principale che di scoprire dove porta la deviazione. Mi allontano dalla mia prima meta, ma sono sicura che non resterò delusa: e infatti, non solo i mattoni di tufo sono ricoperti di un folto manto di muschio umido, ma salgono a zig-zag sotto una volta di arbusti profumati che sembrano l'ingresso ad un luogo incantato.

Forse è anche per questa mia predilezione per la scoperta di nuovi percorsi che a scuola hanno preso a chiamarmi con un soprannome che mi piace molto (anche se so che c'è un fondo di ironia benevola di cui però mi disinteresso): Alice in Wonderland. E ogni volta che mi sento chiamare così, penso al BianConiglio che controlla nervosamente il suo grande orologio da taschino: per qualche attimo immagino di andargli dietro nella sua corsa contro il tempo.
Questo sentiero potrebbe essere uno degli ingressi del Paese delle Meraviglie. Vediamo dove porta. Non manca molto per scoprirlo.

La scalinata termina in una strada sterrata che sale verso la sommità della collina, in maniera così dissestata che immagino nessuno la percorra più da tempo immemore.
E invece, mentre sono lì concentrata a scattare una foto ad uno dei più bei esemplari di euforbia che mi sia capitato di incrociare sull'isola, arranca per lo sterrato una macchina grigia un po' scassata che parcheggia giusto un paio di metri sotto di me. Scende una ragazza che sfoggia uno dei più bei sorrisi in cui mi sia capitato di imbattermi sull'isola che subito dopo un entusiasta "Buongiorno!" mi spiega nell'ordine: che quella è la vecchia strada comunale ormai in disuso, che in quel punto esatto finisce perché oltre c'è solo la sua casa e che se voglio posso tornare a giugno a raccogliere le albicocche.

La casa è una delle più belle che mi sia capitato di ammirare qui a Ponza, non tanto per la ricchezza o nobiltà o altro, ma piuttosto per la maestosità della posizione panoramica in cui si trova. Nascosta dalla vista ma affacciata su una vallata selvaggia ricoperta da una vegetazione rigogliosa, che ha invaso anche i vecchi terrazzamenti che ancora si intravedono sotto la macchia mediterranea, la casetta ad un solo piano è stata tinteggiata di un acceso color giallo canarino, ha le imposte celeste pallido incastonate in cornicioni bianchi ed un lungo vialetto di ingresso contornato da una dozzina di alberi spogli su cui stanno germogliando i primi fiori rosa.
Gli albicocchi sono ovunque anche nei giardini delle due casette vicine, pure gialle e pure affacciate sulla stessa valle, che scopro avere il nome evocativo di Valle del Core.

Potrei restare qui tutto il giorno.
Ma voglio raggiungere quel picco di fronte. Torno indietro lungo lo sterrato, ridiscendo da una scalinata diversa, questa molto recente, faccio incredibili scoperte botaniche (l'apparato radicale di un fiore selvatico, detto fuoco del diavolo, che mi fa pensare ad una strana opera d'arte naturale), riprendo la strada asfaltata fino alla Via Sotto Campo e vado a perdermi in un'altra macchia folta e profumata.

Ero già venuta qui in perlustrazione nei mesi scorsi e so che oltre il parcheggio c'è una piccolo ponticello sospeso che immette in un sentiero sassoso, che poi si ramifica lungo il versante della collina che digrada ripido verso il mare. Io però voglio salire e mi dirigo verso un primo pianoro roccioso da cui si gode una vista panoramica mozzafiato sull'isola di Palmarola.
Resto sdraiata al sole a leggere e a osservare il volo planato delle coppie di falchetti che non si stancano di volteggiare sulla mia testa.

Dopo un'oretta di questa cura rilassante a base di bagliori e aromi, riprendo la salita lungo un sentiero scosceso che segue il limite esterno del bosco e che in alcuni punti si avvicina pericolosamente allo strapiombo. Mi tengo a distanza di sicurezza e mi attacco ai tronchi dell'erica fiorita quando i passaggi diventano un po' più impervi. In cima il paesaggio è ancora più bello. Mi sento in paradiso. Perché il mare lo vedo anche dalla casetta ma quassù è un'altra cosa, senza tetti e antenne e stendini nel mio campo visivo: solo il mare coi suoi riflessi, le sue increspature e tutto lo spazio che contiene l'orizzonte. E così non scendo fino al tramonto.

Il giorno dopo torno a camminare.
Stessi orari lenti ma stessa giornata intensa. Sentiero diverso e meno impegnativo, stessa macchia fitta e quasi impenetrabile, almeno nel punto in cui perdo il tracciato battuto e mi ritrovo avvolta da cespugli più alti di me che a tratti non mi vogliono proprio lasciar passare. Ritento e riesco.
Ho voluto seguire il consiglio della ragazza sorridente della casetta gialla e percorrere il suo sentiero preferito, che dalla strada provinciale scende verso i Faraglioni di Lucia Rosa.

Anche stavolta raggiungo un piccolo spiazzo roccioso a picco sul mare da cui si gode una visuale davvero impareggiabile su Palmarola. Anche oggi mi sdraio a leggere in un piccolo sedile naturale scavato dal vento e dal tempo e mi godo insieme il libro e l'isola.
Quasi non voglio rientrare. Resterei ancora a godermi il verde brillante della macchia, i primi boccioli gialli della ginestra, i grappoli bianchi dell'erica fiorita, i piccoli fusti violacei dei fiori di lavanda, i primi bombi che ronzano eccitati tra le infiorescenze e le tante lucertole verdi che stazionano al sole tra le rocce. Vorrei perdermi ancora tra i sentieri poco battuti, tornare indietro quando la boscaglia è impenetrabile, ritrovare un dettaglio trascurabile, una macchia rossa o bianca o verde, che mi rimette sul giusto cammino. Ché camminare tra i boschi è anche una grande lezione di vita, scegli una strada, sbagli e cambi e a un certo punto ritrovi la tua direzione.

Ma oggi il sole è più timido e l'aria rinfresca prima del previsto. Devo rientrare, anche se contro voglia, e mi tocca lasciare odori, colori e pensieri sulla collina di fronte casa.
Recupero il giorno dopo, un lunedì di scuola in cui scendo alla sede centrale per consegnare dei documenti in segreteria e resto a mangiare in una pizzeria del centro. Me ne vado ancora un po' a zonzo per l'isola a portare a spasso i miei sogni di bambina. Dal porto mi incammino verso una delle spiagge di sabbia che si incastrano nella costa abitata poco oltre le gallerie romane e, nell'attesa dell'autobus per tornare a casa, mi fermo al borgo marinaro di Santa Maria. 

È il quartiere periferico rispetto al centro di Ponza che si scorge bene entrando in porto quando si arriva dal mare, un piccolo presepio di casette addossate le une alle altre, che sembrano dei calchi perfetti non fosse per i diversi colori pastello scelti per abbellire le facciate identiche.
D'estate si affolla in maniera più contenuta e ricordo ancora con piacere un aperitivo violaceo consumato sulla terrazza vicino al mare insieme ad un'amica di kayak arrivata sull'isola per l'annuale raduno nazionale.
Quel bar è ancora chiuso, come quasi tutti i locali dell'isola, anche se un po' ovunque sono ripresi i lavori di ristrutturazione e rinnovamento in vista dell'imminente nuova stagione turistica. Cammino un po' avanti e indietro sulla battigia e ascolto la risacca lenta del mare: quando l'autobus arriva ho le tasche del giubbino piene all'inverosimile di sassolini levigati e maioliche sbeccate e mattonelline sottili, con cui già pregusto di realizzare qualche altro villaggio di fantasia per la mia collezione. Un'altra delle mie stravaganze da Alice in Wonderland.

Ieri, infine, il pomeriggio si è animato di così tante storie come non mi capitava da tempo! C'è stato il secondo incontro del Reading Party presso il centro sociale Il Veliero e ci siamo ritrovate in otto donne con otto libri in quattro lingue diverse.
Ho scoperto con piacere che c'è tutto un mondo raccolto sull'isola e che solo la referente del centro è nata e cresciuta a Ponza: io sono la più vicina, una collega è originaria di Napoli, una donna viene da Cremona, un'altra dall'Ucraina, due sono tedesche, una pittrice e una velista, e una è brasiliana, che venendo a vivere a Ponza ha smesso di fare la veterinaria ed è diventata una maestra di yoga. 

Tutte dicono di sentirsi a casa e ognuna ha raccontato spezzoni del proprio viaggio esistenziale, tra congiunture astrali e incontri cruciali, mentre io ascoltavo ammaliata le storie di una vita intrecciarsi alle storie dei romanzi letti e consigliati.
Ho raccolto suggestioni di lettura per un altro paio mesi ed è una grande consolazione sapere di potermi rifugiare nei libri quando il mondo fuori sembra sull'orlo del precipizio.
In questi giorni di guerra (un'altra, l'ennesima odiosa inutile straziante devastante guerra!) il mio rimedio contro l'ansia disperante è proprio leggere, oltre a sapere che fuori casa c'è una natura rigogliosa che mi tiene ugualmente occupata: i nuovi profumi nell'aria, i primi fiori che sbocciano, le piante che riprendono colore in un ciclo perenne che nemmeno la stupidità distruttiva degli esseri umani potrà mai interrompere... e così riempio le giornate di piccole cose insignificanti che però rendono autentici questi brevi momenti di serenità fuggevole.

"To sea a world in a grain of sand
and a heaven in a wild flower,
hold infinity in the palm of your hand
and eternity in an hour".
William Blake

Il panorama primaverile dell'isola e, nella foto in alto, uno scorcio della Valle del Core
Fiori ovunque (vorrei imparare i nomi di tutte le piante ma...)
Piante verdi e secche che ricoprono l'isola
Il punto panoramico più attraente scovato sin'ora sull'isola!
Una veduta panoramica verso Nord-Est

25 febbraio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #19

🧭 Mercoledì 25 febbraio 2026
👣 Pensieri sparsi
⭐ Profumo di primavera

Sono tornata sull'isola dopo un'intera settimana trascorsa sul continente per via degli ultimi esami di abilitazione.
Sono riuscita a fare cose che non facevo da mesi: andare al cinema, visitare una mostra, suonare dal vivo alle prove di musica.
Sono arrivata alla casetta con veranda domenica sera, giusto in tempo per godermi i fuochi di artificio che chiudevano la festa di San Silverio a Le Forna (quella del porto si celebra a giugno, per tenere viva la rivalità tra le due contrade di Ponza).

La contrada è tutta in festa, con le luci che inondano di un manto dorato le persone assiepate sulla scalinata antistante la chiesa, i festoni colorati delle bandierine nautiche tipiche della tradizione marinaresca che sventolano sul sagrato e mille coccarde rosse e gialle intrecciate sule balaustre di balconi e giardini. E tuttə sono in strada, col naso all'in su ad ammirare questi fuochi prolungati e colorati e ammalianti, che spaventano cani e gatti ma emozionano bimbə e adultə. 

Dalla veranda si gode una visuale unica sulla contrada e su questa notte speciale che subito si vela di un sottile manto lattiginoso impregnato del pungente odore della polvere da sparo: per lunghi minuti tutto resta avvolto in una calma apparente che anticipa altri festeggiamenti più pagani e ridanciani.
La mattina dopo in classe molte teste ciondolano per il poco sonno ma stavolta sembra che aleggi una sorta di accondiscendenza per aver preso parte ad un rito collettivo che coniuga devozione religiosa e tradizione locale.

Sono per me lunghi pomeriggi di silenzio e riposo: leggo montagne di libri arretrati, sistemo un po' di carte per la scuola, guardo qualche vecchio film alla tv (il padrone mi spiega che ha ripristinato l'antenna strappata dall'ultima tempesta e ora il segnale dovrebbe essere migliore).
Mi godo il cielo e il mare.
Le albe e i tramonti su Palmarola.
Anche le albe, che per me sono una piacevole novità: quando ritorno sull'isola fatico sempre un po' a riprendere i miei ritmi circadiani e, stranamente, mi capita sempre più spesso di svegliarmi molto prima che suoni la sveglia. Così mi affaccio alla veranda e mi perdo per un po' nell'immensità di questo impareggiabile panorama liquido che si distende placido all'orizzonte.

Il mare sembra infinito, ma non lo è: "E poi tutti quei discorsi sul pianeta blu e sul fatto che l'acqua ricopra intorno al 71% della superficie del pianeta, traggono in inganno. Sebbene, infatti, il pianeta, visto dallo spazio, appaia pieno di acqua, in realtà si tratta solo di una piccola quantità dallo spessore trascurabile che ne bagna il 71% della superficie. Immaginate una sfera di legno smaltata per il 71% della sua superficie di un bel colore blu  A nessuno, sano di mente, verrebbe mai in mente di dire che la sfera di legno è costituita per il 71% di smalto blu. La stessa identica situazione riguarda l'acqua e il nostro pianeta: ricopre il 71% della superficie ma ammonta a meno dello 0,2% della massa della Terra." [Il cantico della terra di Stefano Mancuso - l'ultimo libro del famoso botanico che scopro essere anche un notevole artista di "monotipi" davvero belli che corredano il testo e che da soli valgono la cifra impressa sulla copertina!]

In questi primi giorni della settimana c'è un barlume di sole che preannuncia la primavera: mi trattengo una decina di minuti in veranda e mi lascio distrarre dal volo radente dei gabbiani che ho capito stazionano sui comignoli della villa più alta, come due guardiani attenti e intenti a far bene la loro ricognizione pomeridiana.
Scorgo una porta container che incrocia al largo, partita chissà da dove e diretta chissà dove, senza  scia perché sembra sospesa sul mare piatto di questi giorni di bonaccia. Per un paio d'ore la nave entra nel mio campo visivo come una piccola novità, una nota di colore nella monotonia dell'orizzonte azzurro, un puntino in lento movimento in questa mia vita altrettanto lenta.

Martedì sera ricevo l'invito a cena di alcune colleghe: una pizza in compagnia è giusto quel che ci vuole per uscire dal letargo in cui mi sento dolcemente sprofondare.
Mi vesto senza pensarci e scendo con calma: la pizzeria è proprio dietro l'angolo e la serata trascorre in modo piacevole tra chiacchiere di lavoro, come spesso capita tra colleghe, e molte battute ironiche dettate dalla confidenza che nasce nel condivide così tante esperienze umane e professionali.

Siamo tutte "fuori sede", lontane dalle famiglie, dai genitori e dai figli (alcune di loro ne hanno ben tre a testa, un paio pure vari nipoti di varie età, le cui foto immancabilmente circolano nella tavolata): ne parliamo tanto, dele nostre vite sulla terraferma, come fosse un modo per tenercele accanto anche sull'isola, le nostre esistenze di là dal mare.
Percepisco un senso di riconoscenza per questa sorta di rito che ci avvicina, un modo spontaneo di stare insieme che aiuta a stemperare nostalgia e solitudine, ma anche a creare una certa connessione proprio per la condizione condivisa di emigranti della settimana.

Rientro presto.
La costellazione di Orione occupa tutta la strada buia e sembra volermi accompagnare a casa. Sono solo pochi passi e me li godo in silenzio.
La luna crescente sorge più tardi e così nell'oscurità della notte, ancor più scura sull'isola senza luci, le stelle sembrano più numerose e più vicine.
Non fa più così freddo, ho tolto sciarpa e cappello, l'aria profuma di primavera e credo che la nuova stagione porterà con sé non solo temperature più miti ma anche emozioni più benevole!

San Silverio, patrono di Ponza, è tornato nelle edicole votive che si incontrano sull'isola 💙 

Palmarola all'orizzonte: mare calmo e profumo di primavera 💛

15 febbraio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #18

🧭 Domenica 15 febbraio 2026
👣 Una gattina rossa
⭐ L'isola dei gatti

Sono gli ultimi giorni di studio prima dell'esame finale del corso di abilitazione che mi trascino (con tutta la fatica intrisa nel termine) dallo scorso mese di ottobre. È uno di quei corsi dai contenuti quasi identici a quelli che ho già seguito per la specializzazione sul sostegno, con frequenza obbligatoria nei fine settimana dei mesi invernali e con prove scritte e orali che si stanno concludendo in queste settimane di febbraio: la settimana scorsa ho consegnato la prova scritta e mercoledì prossimo ho la prova orale. L'ultima.

Non ho più molta voglia di sostenere esami, oltre i 55 anni dovrebbe essere vietato, oppure consentito solo su argomenti scelti in modo volontario: a me interessano moltissime cose, dalle letture femministe alle attività all'aria aperta (kayak da mare, giardinaggio, escursioni), dalla maglia al cucito ai lavoretti creativi alle chiacchiere con le amiche. Ma non vorrei più sostenere esami, anche se gli esami non finiscono mai, anche quando non vorresti dover superare prove indesiderate.

L'altra notte, l'ultima sull'isola prima di rientrare a casa, è stata una notte movimentata: la padrona di casa ha trovato in strada una gattina ferita, forse investita da un'auto, una delle poche che circolano nella zona. Mi ha chiesto di tenerla con me nella casetta con la veranda perché la sua gatta diventa nervosa quando in casa ne entrano altre. Ho accettato di buon grado perché è da quando ho messo piede sull'isola che ammiro la bellezza, l'indipendenza e la fierezza di questi felini in miniatura.

Se ne incontrano un po' ovunque, agli angoli delle case, in alcune colonie feline ben organizzate, nei pressi dei bidoni dei rifiuti o tra i cespugli di euforbia: ci sono gatti di tutti colori, col pelo lungo o corto, e ogni tanto una gatta col pancione si allontana per cercare un luogo protetto per far nascere i piccoli. Purtroppo non c'è nessun piano di sterilizzazione perché i gatti di strada sono lasciati in strada e solo pochi gatti hanno un collarino e vivono dentro casa.

Mi fermo spesso ad accarezzarli, alcuni sono scontrosi e si ritraggono, altri invece si lasciano avvicinare e accettano di buon grado il mio classico grattino sulla testa o sotto il collo. Un paio di micette tigrate mi riconoscono quando rientro da scuola e mi seguono per ricevere qualche croccantino, che ogni tanto infilo nella tasca della giacca, così da non sfigurare quando le incontro sotto casa.
Per qualche tempo ho anche corteggiato senza ritegno una bella micetta a tre colori che aveva delle movenze tutte sue, si strusciava tra le mie caviglie come non ci fosse piacere più grande e qualche pomeriggio si è persino fermata a studiare con me. Poi io sono tornata a Latina per le vacanze natalizie e lei è tornata a casa dal suo umano preferito.

Ho sempre pensato che i gatti rossi fossero tutti maschi, invece ho scoperto che non è così perché questa gattina rossa è una femmina. Era.
La gattina rossa trovata ferita aveva un musetto grazioso e non sembrava soffrire troppo. Non muoveva più la zampina posteriore, ma riusciva ancora a mangiare e dormire e persino a muoversi un po' per raggiungere la lettiera. Aveva bisogno di aiuto e l'ho più volte sostenuta.
Non ho dormito molto durante la notte tra giovedì e venerdì: la micetta non ne voleva sapere di restarsene sul suo cuscino a terra e l'ho tenuta a dormire sul lettone, avvolta in una coperta tutta sua. Al mattino l'ho riadagiata sul cuscino, le ho lasciato da bere e da mangiare e sono dovuta andare a scuola.

Durante l'ora libera dalle lezioni sono tornata a casa per vedere come stava e per parlare con la padrona di casa, che a sua volta parlava con la veterinaria (purtroppo sull'isola non c'è uno studio veterinario sempre aperto, ma c'è una giovane veterinaria che passa un giorno ogni due settimane): sono state prescritte medicine, iniezioni e altro che non ho ben memorizzato, perché sapevo di non poter restare ad accudire la micetta.
Sono rientrata a casa con il traghetto del venerdì pomeriggio che, nonostante il mare mosso, ha ritardato la partenza solo di una mezz'ora. Sono arrivata per l'ora di cena, insieme al messaggio della padrona di casa che purtroppo la gattina rossa era morta.

Ne scrivo qui nel diario scombinato un po' per elaborare il mio piccolo lutto e un po' per trattenere i pochi ricordi di una notte insonne. Perché quando i gatti muoiono si portano dietro molti dei momenti che abbiamo condiviso, ma ci lasciano anche le tante emozioni che hanno riempito le nostre giornate.
Ora sono davanti al computer che dovrei lavorare all'ultima prova d'esame e invece cerco le foto scattate ai gatti dell'isola perché non ho neanche una foto della gattina rossa...
Ma forse è meglio così.

"Ho portato Jeffie nello tudio e messo i concerto per violino di Beethoven, che come sai è uno dei miei preferiti  E all'improvviso le tensioni di questi quattro anni sono scomparse. Mi sono accucviata, ho preso Jeffie tra le braccia e ho lasciato affiorare le lacrime. E lui, con la sua piccola lingua calda e ruvda mi ha detto che capiva."
[Da una lettera di Rachel Carson alla sua amica Dorothy Freeman sul suo gatto Jeffie, poco dopo aver ultimato il suo famoso "Primavera silenziosa"]

Gatta in finestra
Gatto al bar
Compagnia di studio
Questa cucciolotta non l'ho più incontrata
Gatti di strada

06 febbraio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #17

🧭 Venerdì 6 febbraio 2026
👣 Riposo forzato
⭐ Settimane di recupero

Brividi di febbre durante la notte.
Mi sveglio a fatica, la tosse mi impedisce di parlare, le ossa indolenzite mi costringono a letto. Avviso la scuola e chiedo la malattia.
Da quando sono diventata una dipendente pubblica, che può usufruire di questo diritto fondamentale a tutela della salute, mi stupisco sempre un po' del privilegio acquisito: mi pagano anche se sto male, una grande conquista di civiltà che non è ancora universale.
Mi rimbocco le coperte, mi scalderò una tisana con miele più tardi, mi rimetto a dormire finché non mi risveglio da sola, sempre infreddolita e sempre intorpidita. Mangio poco, starnutisco tanto.

L'influenza di stagione non mi ha risparmiata, del resto a scuola si trasmette con facilità.
Queste due settimane di scuola sono di "sospensione didattica": chi ha "collezionato" un debito scritto e/o orale in una qualsiasi disciplina può recuperare con lezioni mirate e con verifiche finali.
Una sorta di "riassunto delle puntate precedenti" in cui docenti e studentə si impegnano a raggiungere la sufficienza, cercando di sfruttare al meglio le prime due settimane di febbraio per un ripasso sommario del primo quadrimestre... Il "repetita juvant" è una raccomandazione intramontabile, con un fondo di verità per sollecitare la comprensione e rafforzare l'apprendimento: con me ha sempre funzionato, spero valga anche per chi è ora in classe con me.
"...Ultimo anno insieme
agitazione, timore, nervosismo
è un continuo parlottio
risate improvvise e sguaiate
bisbigli e confidenze inattese
poco tempo da spartire ancora insieme!"
[Al mattino, in aula - tratta da I, too, sing Italia, raccolta di poesia di Rahma Nur]

All'inizio della settimana, prima di scoprirmi influenzata, sono riuscita a farmi un paio di giretti tra i vicoli del porto e su per i sentieri di Chiaia di Luna.
Ho approfittato di uno dei soliti disagi dovuti alla scarsa connessione telefonica per spostarmi da Le Forna, dove abito e dove non c'è campo, a Ponza porto, dove come per incanto il telefono torna a trillare.
Mezz'ora di autobus per andare e mezz'ora per tornare solo per riuscire a telefonare. Invece di rientrare con la prima corsa utile, mi perdo nei vicoletti intorno alla Via Lunga, quella tappezzata di maioliche commemorative del confino politico del Presidente partigiano, il Presidente più amato.

Salgo tra casette colorate, balconi già fioriti e orti coltivati: scovo nuovi scorci panoramici e ogni volta con la sorpresa cresce anche la meraviglia. Ponza è bellissima.
Vivere in questi vicoletti deve essere molto bello, cullati dal silenzio e attorniati da gatti sornioni. Le scalette levigate e imbiancate salgono e scendono secondo l'unica logica possibile, quella di assecondare avvallamenti tra collinette ravvicinate, in una sorta di labirinto magico dove perdersi è un incanto.
Un cane bonario che puzza di pecora mi guarda con occhi languidi e non resisto alla tentazione di intrufolare la mano in quel pelo folto e bagnato: dopo un po' di grattini, si allontana soddisfatto e si riaccuccia davanti allo stesso portone.

Il giorno dopo salgo con una collega lungo il sentiero che si inerpica su per il versante meridionale di Chiaia di Luna, una delle cale più famose dell'isola per la sua ampia spiaggia arcuata e la sua verticale scogliera policroma: già la cala vista dall'alto lascia senza fiato, il sentiero poi è se possibile ancor più spettacolare. Non solo perché si gode di una vista aperta sul mare turchese della baia ma anche perché la boscaglia lussureggiante offre una tavolozza multicolore incantevole: i verdi della macchia di sposano alla perfezione coi blu dell'acqua, i grigi del cielo e le sfumature terrose della costa, quegli ocra e mattone delle rocce di origine vulcanica che rendono Ponza l'isola più bella del Mediterraneo.

Oltre il parcheggio panoramico di Chiaia di Luna, in cui attirano la mia attenzione i basamenti in ferro delle aiuole, intagliati con motivi di rami e foglie, si dirama una stradina non asfaltata che serpeggia tra le basse strutture bianche di hotel e b&b e case vacanze, in questo periodo tutte chiuse o in fase di ristrutturazione.
Raggiunta l'ultima casetta nascosta nella folta macchia mediterranea, interrotta solo da qualche filare di vite coltivata con chissà quanta fatica su questi piccoli terrazzamenti ora tappezzati di soffice muschio verde, intravediamo un altro paio di rampe di scale in tufo, che si inerpicano su per l'ultimo tratto di costa a strapiombo sul mare.
Più in alto di così non si può andare.

Abbiam fatto bene a passare di qua proprio in inverno, anche se la giornata è carica di pioggia e ogni tanto dal cielo basso di nuvole bianche scendono delle fresche spruzzate di pioggerella leggera. Talmente sottili che neanche ci bagnano.
Non ci sono altre persone in giro e possiamo intrufolarci a piacere in ogni dove, rispettando i vari segnali di proprietà privata e gli strani recinti fatti con reti metalliche, quelle dei vecchi letti a molle ormai arrugginite.

Oltre non possiamo andare.
Dopo aver ammirato dall'alto il doppio panorama che si apre da un lato sulla baia e dall'altro sul porto, in cui ora sta attraccando l'aliscafo del pomeriggio, ci apprestiamo a ridiscendere queste stradine dissestate e scivolose, facendo ben attenzione a dove mettere i piedi perché ogni sasso sembra sul punto di voler rotolare giù a valle.

Anche la notte continua a regalare meraviglie, con la luna piena che sorge dal mare e sale dietro una cortina di nuvole sfrangiate che ricordano le bacchette orientabili delle tende veneziane: scorgo solo fettine di luna dorata, che solo quando arriva allo Zenith recupera finalmente la sua brillante rotondità.
E chissà che non sia per gli appostamenti notturni in veranda se ieri m'è salita la febbre!

Le maioliche dedicate a Pertini sulla Via Lunga 
Portoni e scalinate
Il porto
Chiaia di Luna