IL BLOG DI TATIYAK

Il kayak è diventato la nostra grande passione, quella che ci appaga al punto da abbandonare tutte le altre per dedicarci quasi esclusivamente alla navigazione.
In kayak solchiamo mari, silenzi, orizzonti ed incontriamo nuovi amici in ogni dove...
Così abbiamo scoperto che la terra vista dal mare... è molto più bella!
Tatiana e Mauro

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
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12 settembre 2021

Sud Italia Kayak Tour 2021: il diario da Punta Alice a Sibari...

Martedì 7 settembre 2021 – 52° giorno di viaggio
Punta Alice – Cariati Marina: 20 km
Nuvoloso e piovoso – vento contrario e mare increspato

Un’altra notte di pioggia a catinelle.
E’ quasi impossibile prendere sonno per via dei lampi che illuminano a giorno la nostra tendina e dei tuoni che rombano proprio sopra le nostre teste. Ci sembra di entrare nel cuore di un tipico temporale estivo e di viverne appieno suoni e luci, talvolta sobbalzando per le scosse impreviste e ravvicinate e talaltra rilassandoci perché i secondi trascorsi tra il lampo ed il tuono lasciano intendere una distanza sempre crescente. Ad un certo punto Mauro prende a russare e io capisco che non c’è molto altro da fare, sicuramente niente da temere.
E mi addormento anch’io. Fino alle otto, di un sonno profondo e sereno.

La mattina è ancora fredda e scura.
Facciamo colazione all’aperto perché ha finalmente smesso di piovere ma con indosso la giacca d’acqua perché il vento è ancora teso e frizzante.
Le previsioni annunciano un calo per le undici ma non siamo più tanto sicuri della loro attendibilità. Ci siamo comunque preparati a partire, fiduciosi che il mare prima o poi sarebbe calato, almeno quel tanto per farci imbarcare. Passano le ore ma il vento non cala.

All’una e mezza spostiamo i kayak di un centinaio di metri, in un tratto di spiaggia più agevole per l’imbarco, dove le onde frangono con minore frequenza e soprattutto con un dumping più contenuto. Anche se le condizioni sono tutt’altre rispetto alle previsioni, ci decidiamo ad iniziare la nostra abituale navigazione quotidiana.
Aiuto Mauro e poi riesco a entrare in mare tra un treno d’onde e l’altro, con il giusto tempismo per non farmi riempire il pozzetto d’acqua.
E’ la prima volta che pagaiamo con le giacca d’acqua indossate!

Rincuorati dal fatto di avere potuto finalmente prendere il mare, ci guardiamo con un sorriso d’intesa e ci infiliamo nel vento!
La nostra velocità di crociera è bassissima, neanche due chilometri orari, contro i nostri soliti cinque o sei in condizione di mare tranquillo. Nel corso della prima ora di navigazione non copriamo neanche tre chilometri e le onde continuano ad essere alte più di un metro e mezzo, nascondendoci spesso alla vista l’uno dell’altra. Allo scadere della seconda ora Mauro legge sul gps la distanza di sette chilometri totali e la cosa ci conforta un tantino perché significa che, per quanto sempre molto lenti, abbiamo migliorato un poco l’andatura. Solo dopo tre ore riusciamo a raggiungere i dieci sospirati chilometri e, siccome il luogo sembra propizio, possiamo anche sbarcare per una breve pausa. 

Abbiamo raggiunto la foce del fiume Nicà e la spiaggia è ricoperta di grandi tronchi bianchi levigati dall’acqua e dal vento. Mauro scende dal kayak con la sua solita eleganza mentre a ma capita qualcosa di imprevisto: nel tirare in secca il kayak, si rompe la cima del maniglione di prua. Il kayak ridiscende all’istante in mare e, sotto l’impeto della prima onda, il pozzetto si riempie completamente di acqua e ciottoli, ora ben più grandi e pesanti di quelli che ho sinora usato per decorare le mie mani. Resto stupefatta per qualche secondo, poi Mauro mi richiama all’ordine: è la seconda volta che mi si rompe il maniglione del kayak, la prima durante il periplo della Sicilia, in uno sbarco anche più impegnativo di questo, ma ogni volta è come se si rompesse qualche tendine o legamento, qualche pezzettino di te. Per questo ogni volta ci metto un po’ a riprendermi. Impiego una buona mezz’ora per ripulire il fondo del pozzetto dai ciottoli, infilatisi sotto il seggiolino che scricchiola in maniera sinistra.

Fortuna vuole che, grazie proprio al vento, il cielo si è aperto ed un sole ancora gradevole si fa strada tra le nuvole e ci riscalda a dovere.
Dopo uno dei rigeneranti fruttini di mele cotogne del Mammut, riprendiamo il mare. 

Ci attendono altre due ore di navigazione per raggiungere la nostra meta, il porticciolo di Cariati Marina. Vista la frequente discrepanza tra le previsioni meteo e la realtà, non vogliamo passare un’altra serata in balia del vento. Almeno in porto potremo facilmente sbarcare e imbarcarci nuovamente. Alla fine, non ci dobbiamo neanche entrare, nel porto, perché la profonda spiaggia di sabbia fine che si è ricreata subito a sud dell’ingresso sembra perfetta per trascorrerci la notte. Riparata dalle onde e dal vento, è anche il luogo ideale per raggiungere in poco tempo la più vicina pizzeria del lungomare, dove mangiamo una pizza “fantasia” divisa a metà, così ad ognuno spetta un triangolo di gusti differenti. Il modo migliore per chiudere la giornata.

Mercoledì 8 settembre 2021 – 53° giorno di viaggio
Cariati Marina – Capo Trionto: 25 km
Sereno variabile – vento contrario in attenuazione

Notte serena e stranamente silenziosa, anche se in paese.
Alle otto del mattino, però, mi svegliano tre forti esplosioni. Chiedo a Mauro cosa sono: fuochi d’artificio oppure esercitazioni di contraerea!
Ne avevamo sentita una anche la sera prima e, come stamattina, non riusciamo a spiegarci la ragione di tanto trambusto.

Dopo avere fatto rifornimento d’acqua nel vicino stabilimento balneare, ormai chiuso ma il cui gestore, a detta di un sub di passaggio, ha lasciato un rubinetto di acqua a disposizione degli amici, ci dirigiamo in pompa magna al vicino panificio per le scorte di pane tostato. Scopriamo così l’esistenza di un dolce tipico calabrese talmente buono da renderci all’istante dipendenti: la pitta ‘mpigliata! E’ buonissima! Preparata di solito per le festività pasquali e natalizie, è diventata talmente popolare da riempire anche l’estate, con nostra grande meraviglia e goduria!

Riprendere a navigare dopo una tale seconda colazione è facilissimo. Anche se il vento è contrario, com’era prevedibile nonostante le previsioni non lo prevedessero. Noi oggi avanziamo baldanzosi e sereni.

Passiamo la doppia luce verde dell’ingresso del porto di Cariati Marina, doppia perché è stata aggiunta una seconda barriera frangiflutti al termine della diga foranea, probabilmente per interrompere il flusso di sabbia che rischiava di ostruire la bocca di porto. C’è una terza barriera anche all’esterno del porto, a formare una sorta di massicciata a tridente giusto all’imboccatura del porto stessa: sembra che l’espediente abbia funzionato a dovere, visto che la spiaggia si è ricreata giusto all’esterno della diga foranea, dove non ci era mai capitato prima di vederne una. 

Ieri abbiamo capito che navigare è sempre un regalo del mare.
Oggi ci ricordiamo che il mare può diventare di mercurio.
Dopo la mattinata di sole e di vento, proprio mentre facciamo una pausa pranzo nei pressi di Mandatoriccio Marina, una località balneare dove i lidi attrezzati sono ancora frequentati dai villeggianti settembrini, il cielo prende a coprirsi nuovamente ed il pomeriggio diventa tutto velato.

Il mare in questi casi si tinge della tinta delle nuvole. Non è raro scoprire sulla superficie, tra le increspature delle onde, le tonalità cangianti del cielo: le piccole smagliature dell’acqua si colorano di rosa, di celeste, di grigio, di bianco, di giallo paglierino e di ogni altro colore che le nuvole sono capaci di catturare e diffondere. Il mare riflette colori ed umori.
Oggi il mare è color mercurio. Ed è una meraviglia.

Quasi ci dimentichiamo di guardare la costa, disseminata di lottizzazioni che hanno cementato la prima fascia sopra la spiaggia, ma anche caratterizzata da basse colline morbide e ridenti, coperte di campi di fieno appena rasati oppure di grandissime distese di ulivi ordinati e carichi di frutti. Sulle cime più alte ed impervie sono arroccati i paesini di pietra e da quaggiù sembrano uno più bello dell’altro. Peccato solo per le casette sulla sabbia che il mare ha mangiato qua e la, facendo crollare i muretti di cemento che proteggevano il giardino o la veranda.

Nel pomeriggio navighiamo bene e copriamo la distanza sperata senza la minima fatica. Stavolta il vento rispetta le previsioni, anche se con notevole ritardo, e Capo Trionto si avvicina velocemente. C’era un faro a segnalare la foce dei fiume ma è stato nel tempo soffocato dalle costruzioni e superato dall’avanzare della foce. E’ arrugginito e spento, senza più neanche la luce, con la balconata come una corona inutile a cingere la sua testa bassa e ormai oscurata. Mette malinconia.

Però il posto è ideale per il campo. Sbarchiamo e montiamo la tenda in quattro e quattr’otto perché la brezza di terra ci porta un forte odore di pioggia. Speriamo che migri verso l’interno ma nell’incertezza ci prepariamo in fretta. Poi le nostre previsioni si rivelano esatte: lampi e tuoni si spostano in collina senza che la pioggia arrivi a bagnarci la tenda.
Mauro prepara il cous-cous al sugo e… per errore ne cade in pentola quasi mezzo chilo: non riusciamo certo a mangiarlo tutto ed i gabbiani del luogo troveranno domani una gustosa colazione!

Giovedì 9 settembre 2021 – 54° giorno di viaggio
Capo Trionto - Schiavonea: 23 km
Soleggiato – vento contrario in attenuazione

La notte è molto umida, la mattina molto calda.
Lasciamo la tenda ad asciugare al sole mentre facciamo colazione e si radunano sotto i vicini ombrelloni di paglia gli ospiti dello stabilimento elioterapico sorto proprio accanto al faro di Capo Trionto.

Oggi le previsioni annunciano una brezza tesa da est, cioè sempre contraria alla nostra rotta. Le onde iniziano a frangere sulla battigia ricoperta di grandi ciottoli di fiume e ci richiedono un imbarco più sollecito ed attento. Tagliamo al largo il piccolo golfo su cui si affaccia il lido attrezzato dell’acqua-park di Rossano, da cui si alzano le incitazioni dell’animatore per il torneo di bocce che si sta disputando proprio ora.

Proseguiamo lungo una costa bassa e sabbiosa e antropizzata fino a raggiungere la Marina di Rossano: sbarchiamo nei pressi di una rotonda che sappiamo condurre alla fabbrica-museo Amarelli, famosa per la qualità della liquirizia lavorata e prodotta. Mia madre e mio fratello sono ghiotti di liquirizia ed una tappa era più che mai dovuta. Non mi azzardo a prenotare una visita guidata del museo perché già mentre ci avviciniamo gli odori sono così forti da risultare quasi nauseabondi, almeno per me che la liquirizia non sono mai riuscita a mangiarla. Facciamo acquisti, scattiamo una foto di rito sotto l’insegna, ammiriamo alcune delle attrezzatura un tempo utilizzate nell’antico “concio” ed ora ben conservate accanto al parcheggio dei visitatori come ottimo esempio di archeologia industriale. E poi torniamo ai kayak.

Alle quattro del pomeriggio riprendiamo a pagaiare verso le altissime ed inquietanti torri a fasce bianche e rosse delle centrale termoelettrica di Rossano, di cui abbiamo appena letto la storia recente sul web. Come per le altre centrali italiane, tutte costruite sul mare, queste torri sono dei moderni punti cospicui che segnano il territorio ma che al tempo stesso lo immalinconiscono, anche perché sono ormai dismesse e trascurate. Proprio sulla spiaggia sotto le due torri altissime, circondate da due caldaie e da numerosi serbatoi per il carburante, è sorto uno dei soliti rimessaggi per le barche da diporto, spostate dalla sabbia all’acqua con uno dei tanti trattori che abbiamo già più volte visto utilizzati in maniera impropria soprattutto sul litorale tirrenico della Calabria.

Superiamo le boe gialle che poco al largo segnalano il sito industriale, oppure l’area di alaggio dei natanti - vai a sapere (!) - e ci portiamo un po’ più al largo. Il mare qui diventa subito molto profondo e le tonalità sono quelle vivide e cangianti, dalla gradualità tipica delle cartoline caraibiche. Decine di barchette da pesca punteggiano l’orizzonte, più o meno grandi a seconda della distanza e della stazza. Molti pescatori sono ritti in piedi a poppa e manovrano le canne da pesca con la confidenza degli appassionati. 

Le ultime ore di navigazione trascorrono lente ma ricche di forti emozioni. Prima uno stormo di gabbiani si avventa su una polla d’acqua in ebollizione, dove pesci più grandi che non riusciamo a riconoscere banchettano attorno ad un pallone di sardine. Gli uccelli bianchi volteggiano vocianti, i pesci argentei smuovono la superficie dell’acqua di spruzzi e bolle e zampilli che si susseguono e rincorrono per diversi minuti. Il banchetto prosegue proprio attorno ai nostri kayak, che non sembrano affatto infastidire o distrarre né i volatili né i pesci.

Poi è la volta di un branco di pesci volanti, che oggi escono a più riprese dall’acqua anche se il vento è ormai calato e rigano il mare con le loro alucce iridescenti. Sono piccoli ma numerosi e ogni volta ci sorprendono un po’: sanno nuotare e volare al tempo stesso, quando sono in aria sembrano spauriti e vulnerabili ma sappiamo per esperienza che il loro volo radente e rapido può essere persino doloroso se incontrano l’ostacolo inaspettato di un pagaiatore. Doloroso più per il pagaiatore che per il pesce!

Infine, quando pensiamo che le emozioni della giornata siano davvero finite perché stiamo ormai raggiungendo la riva, incrociamo un gigantesco pallone di alici che transita esattamente sotto le chiglie dei nostri kayak e che nella luce radente del tardo pomeriggio brilla in acqua come una sfera magica, piena di tanti pesciolini d’oro. Resto sedotta dallo spettacolo e sono sicura che nessuna delle foto scattate riuscirà a restituire l’immagine poetica che ci ha regalato oggi il mare.

E le sorprese non sono ancora finite. 

Appena sbarchiamo ci arriva un messaggio di Piergiorgio: sta venendo a prenderci per portarci a Rossano a visitare il centro storico, la cattedrale, il museo che conserva il Codex divenuto Patrimonio dell’Umanità, le altre chiese sparse, i vicoli rimessi a nuovo, le vecchie botteghe e ogni angolo poco conosciuto della sua bella cittadina collinare. E’ un eccelso padrone di casa, amante della sua terra e desideroso di far conoscere le meraviglie del territorio a tutti i turisti di passaggi, noi compresi. Restiamo in sua compagnia anche per cena e tiriamo quasi mezzanotte, un orario che per noi è diventato tardissimo ma che siamo molto contenti di trascorrere in amicizia!

Venerdì 10 settembre 2021 – 55° giorno di viaggio
Schiavonea – Laghi di Sibari: 12 km
Sereno e soleggiato – leggera brezza contraria

Forse la pizza era un po’ pesante perché ho avuto una notte da incubo. Nel senso che ho proprio avuto gli incubi, quelli con gli incendi, le fughe rocambolesche, lo corse a perdifiato sulla spiaggia, gli amici che non ti ascoltano ed il risveglio sudato col cuore che batte all’impazzata.
Poi però si fa giorno e tutto passa.
I risvegli in campeggio nautico sono così: sereni, sempre!

In più stamattina riesco a godermi l’aurora.
Forse per gli incubi notturni mi sveglio prima del solito e quando spunta il primo rossore sul mare io sono già con la testa fuori dalla tenda: i colori sono intensi, quasi pastosi, e pian piano cielo e mare, prima scuri e neri da sembrare un unico orizzonte, si separano e cambiano dimensione: il mare resta scuro mentre il cielo si colora di porpora, arancio e senape e più su anche di bianco e celeste e blu, lo stesso blu del cielo che si rispecchia in mare. E’ un vero spettacolo! E rimpiango tutte le volte che me lo sono perso perché passa in orari per me impossibili da rispettare, con la mia pigrizia e sonnolenza… Ma sono anche contenta di avere avuto almeno un’occasione. Questa occasione!

Gli ultimi dieci chilometri del nostro viaggio si preannunciano calmi e tranquilli. L’acqua del mare è piatta come uno specchio e solo nella tarda mattinata, quando si alza la solita brezzolina contraria, la superficie si ricopre di increspature come un lenzuolo stropicciato. I colori sono ancora e sempre bellissimi. Sembra di pagaiare sulla tavolozza di un pittore, con tutto questo verde acqua, verde smeraldo e verde scuro che poi tracima nel carta da zucchero, azzurro vivace e blu oltremare. Ogni pagaiata tocca una tonalità diversa e anche l’emozione è ogni volta diversa, come i diversi colori del mare. 

Quando raggiungiamo la foce del fiume Crati il mare cambia di nuovo ed ora è giallo e bianco: il fondale è talmente basso che l’acqua diventa trasparente e riflette solo il colore della sabbia. Qualche airone cinerino ci scruta dall’interno mentre passiamo proprio a pochi metri dalla riva. Per un momento pensiamo di entrare a curiosare e di risalire il fiume per qualche centinaio di metri, ma poi ci limitiamo ad ammirare la bellezza sospesa del paesaggio. Salutiamo gli aironi e proseguiamo oltre. Anche perché la corrente spinge in su che è una meraviglia e noi voliamo sui bassi fondali a 7 chilometri orari. 

Lasciati alla spalle i grandi alberi frondosi del fiume, la spiaggia prosegue bassa e lineare fino alla successiva foce. Stavolta però si tratta di un bacino artificiale, quello realizzato per accedere ai Laghi di Sibari.

Visti dalla mappa sembrano una cittadella in stile americano, come un bacino attrezzato della Florida. Anche dal vivo sembra una grande opera di ammodernamento di uno spazio lacustre forse un tempo abitato solo da uccelli di passo e pesci. I pesci e gli uccelli sono ancora tutti qui, i primi che scappano sotto i nostri kayak con gran tramestio d’acqua, ed i secondi che si sistemano sulle staccionate dell’allevamento di mitili come fossero su un espositore. Tantissime sono le garzette bianche che sorvolano lo specchio d’acqua e che si posano sulle grandi boe rosse e nere dell’allevamento.

Per il resto, i laghi sono circondati di casette a schiera. Colorate e basse, due o tre piani, alcune con un piccolo giardino antistante, tutte con il molo in legno per l’attracco del motoscafo o della barca a vela. Le briccole sono un po’ datate, a dire il vero, e giusto sotto la superficie sono “ricamate” da grandi formazioni coralline. I pesci continuano a saltare da tutte le parti e manca poco che qualcuno non provi a saltarci direttamente nel pozzetto.

Ci crogioliamo un po’ al sole nella calma dell’ora di pranzo di questo insolito e particolare insediamento urbano sui laghi e poi risaliamo verso il canale di accesso: diverse barche a motore ci superano senza problemi e senza fretta e non impieghiamo molto per ritrovarci in mare aperto.

Passiamo la luce verde del canale e scorgiamo subito la nostra ultima spiaggia: sbarchiamo alle due del pomeriggio, pranziamo poco dopo e alle tre io sono già pronta per andare in visita agli scavi archeologici e al Museo Nazionale della Sibaritide. Resto in giro fino alle sette di sera perché la distanza tra gli scavi ed il museo è di oltre tre chilometri: fortuna che la seconda tratta la copro in auto grazie ad una delle guide che si offre di darmi un passaggio per evitare il traffico pesante della strada statale di collegamento. Servirebbe una navetta, chissà che il nuovo direttore non pensi anche a questo, oltre che a risistemare e valorizzare tanto gli scavi quanto le sale espositive ora in riallestimento. E’ comunque un’ultima tappa nella Magna Grecia per me molto emozionante!

Rientro con un bel mazzo di piante secche raccolte sul ciglio della strada e trovo Mauro che si appresta a cucinare.
Ceniamo sotto le stelle.

Sabato 11 settembre 2021 – fine del viaggio
Laghi di Sibari - Latina: 445 km in auto
Fortunali da ricordare!

Siamo svegli sin dalle sei del mattino.
Le urla dei primi pescatori giunti in spiaggia ci strappano al sonno. Parlano lingue mai sentite, con modulazioni impossibili da replicare e con accenti dialettali così forti da risultare stranianti. La nostra ultima notte di viaggio poteva essere un po’ più tranquilla ma non ci dispiace poi tanto essere stati svegliati di soprassalto molto prima del previsto.

Oggi non abbiamo nessuna fretta di smontare il campo: aspettiamo che arrivi Carlo, il nostro amico che ci ha accompagnato anche a Terracina 55 giorni fa. E’ così generoso da essersi offerto di venirci pure a riprendere con la Mauromobile. L’alternativa avrebbe comportato risalire coi mezzi pubblici e spendere più di 15 ore tra autobus e treni. Per poi tornare a riprendere i kayak e fare così tre volte la stessa tratta. Capiamo ancora meglio perché questo litorale ionico della Calabria sia ancora fuori dalle solite rotte turistiche.

Pensiamo di poter fare colazione al nostro solito modo e invece proprio l’ultimo giorno di campeggio nautico cambia tutto. La pioggia prende a cadere con forza crescente sin dalle sette del mattino e cade ancora fino a quasi mezzogiorno. Quando le previsioni danno vento a favore non risultano attendibili, com’è stato negli ultimi giorni, ma quando invece sono sfavorevoli si rivelano sempre precisissime: pioggia e temporali e vento e freddo e tenda piegata sotto le sterzate del mal tempo.

Siamo costretti a fare colazione in tenda. E nell’attesa scriviamo queste ultime righe di aggiornamento del diario.
E’ un modo un po’ insolito di chiudere una lunga navigazione estiva ma è anche una maniera intima e protetta di trascorrere le ultime ore di viaggio: riparati nella nostra povera tendina, stretti tra le varie cose recuperate dai gavoni e che rendono la tenda ancora più piccola.
Ci siamo talmente abituati a mangiare all’aria aperta negli ultimi 55 giorni che oggi ci sembra di essere un po’ impacciati ed impreparati.

Quando finalmente smette di piovere, iniziamo ad asciugare e riporre le nostre cose e proprio mentre smontiamo la tenda arriva Carlo con la Mauromobile ed in meno di un’ora siamo pronti per tornare a casa…
E adesso il viaggio in kayak è davvero finito!

06 settembre 2021

Sud Italia Kayak Tour 2021: il diario da Capo Colonna a Punta Alice...

Giovedì 2 settembre 2021 – 47° giorno di viaggio
Capo Colonna – Capo Colonna: 0 km in kayak, qualche km a piedi
Ventosissimo con raffiche fino a 30 nodi (F7 scala Beaufort) 

Sapevamo che sarebbe stata una giornata di vento forte.
Avevamo scelto di proposito la caletta più ridossata nei pressi di Capo Colonna, in modo da proteggere la tenda dagli assalti del vento e da approfittare del giorno di sosta forzata per peregrinare nei dintorni.

La visita al faro è d’obbligo. Ma anche agli scavi archeologici che si estendono sull’intero promontorio di Capo Colonna. Sono famosi per la colonna che ha dato il nome al capo: è l’unica superstite delle sei colonne del lato rivolto verso il mare e del grande colonnato esterno che circondava il tempio greco dedicato alla dea Hera Lacinia. La colonna svetta sui resti del tempio e del successivo insediamento romano ed è talmente imponente che fa fare un salto indietro nel tempo. La pietra è molto particolare, tipica del luogo e si ritrova anche negli opus reticolatum che costituivano parte delle mura difensive del nucleo urbano. Ha un nome accattivante, calcarenite conchilifera, che fa subito pensare al mare. Altre due colonne sono state rinvenute coricate sul fondale poco al largo del tempio e sulle varie secche che incoronano il capo si possono ammirare altri resti grazie alle immersioni subacquee guidate. 

Noi restiamo a lungo a guardare la colonna aggrappati ai corrimano delle passerelle in legno, che Mauro critica per la ruggine che ricopre l’acciaio inox, di qualità inadatta alla salsedine ma che ci offrono un appiglio sicuro per resistere alle forti raffiche del vento, ancora più aggressive sugli spazi aperti del capo. Trascorriamo un paio d’ore tra gli scavi e la Torre Nao e la chiesetta bianca della Madonna di Capo Colonna, un po’ sorpresi dal fatto che tra gli scavi stessi sorgano alcune ville private a due piani, alcune orami abbandonate ed altre ancora abitate: leggiamo poi sull’opuscolo del museo che l’abusivismo edilizio ed il commercio clandestino di reperti archeologici sono i principali fenomeni che affliggono il Mezzogiorno. Insieme agli incendi dell’estate 2021.

All’ora di pranzo ci rifugiamo nello stesso ristorante che ci ha ospitato la sera prima e ci rifacciamo delle fatiche culturali con un antipasto di impepata di cozze e con due bei piatti di linguine allo scoglio.
Il pomeriggio, invece, lo passiamo a bighellonare in spiaggia accanto ai nostri due kayak, controllando costantemente le previsioni meteo ed aspettando che arrivi la sera. Con il calar del sole rimontiamo la tenda e ci addormentiamo prima ancora che diventi buio.
Mauro bisbiglia sul cuscino che non è affatto male vivere una vita da galline, come quella che stiamo vivendo noi in questi ultimi giorni di viaggio: andare a letto col primo buio e svegliarsi col primo sole…


Venerdì 3 settembre 2021 – 48° giorno di viaggio
Capo Colonna – Crotone nord: 21 km
Sereno variabile – vento in attenuazione

Non sono neanche le sette del mattino e noi siamo già operativi.
Coi nostri soliti tempi lenti, alle otto facciamo colazione e fino alle nove chiacchieriamo tra noi, sistemiamo i gavoni, rabbocchiamo d’acqua le poche bottiglie vuote e ci prepariamo ad una nuova giornata di navigazione. Quando siamo quasi pronti, ecco giungere dal mare una gradita sorpresa: i primissimi partecipanti giunti al raduno Calabriantour 2021 si affacciano in kayak alla nostra piccola e bella baietta. Hanno intenzione di doppiare Capo Colonna e siamo molto contenti che i loro tempi e programmi coincidano così bene con i nostri. 

Ci muoviamo tutti insieme dopo le irrinunciabili foto di rito ed in poco tempo il mare blu del capo si colora delle vivaci tonalità dei nostri otto kayak. Sul capo c’è ancora l’onda lunga del mare mosso di ieri e si sentono ancora gli effetti del vento forte che ha soffiato ancora per buona parte della notte. Ma siamo tutti tranquilli e procediamo spediti e compatti oltre il faro, oltre la colonna, oltre la torre e la chiesetta, oltre le onde numerose e ravvicinate che imbiancano le scogliere del promontorio.

Il mare è diventato di un bel colore lattiginoso per via delle correnti che hanno rimestato la sabbia dei fondale ma i colori della giornata sono comunque invitanti, col cielo blu rigato di nuvolette bianche e con i calanchi di arenaria grigia ricoperti di cespugli secchi e dorati. 

Navigare in questo mare è molto divertente, un continuo sali scendi tra le onde, con qualche spruzzo prevedibile sui frangenti più corposi, gli ultimi della mattinata perché il vento sta già calando. Tre del gruppo si fermano a prendere il sole sulle spiaggette corte di sabbia rossa, altri tre proseguono con noi fino a Crotone per un caffè al bar. Che presto si tramuta in un pranzo in compagnia consumato ai tavolini di un locale sul lungomare: Artefritto prepara gustosissimi piatti di polpette e arancini di carne, di pesce e di melanzane (le mie preferite!), oltre a ricche insalate servite in ciotole merlate di pane secco. Restiamo a ridere per un paio d’ore ancora, raccontandoci a vicenda varie avventure e disavventura in kayak lungo le coste italiane e mediterranee. E’ sempre molto bello condividere momenti di convivialità non solo con chi vive la stessa passione per il mare ed il kayak ma anche con chi comprende le tante piccole manie per il campeggio nautico.

Poi ci separiamo: arriva il momento dei saluti quando noi due ci alziamo per andare a visitare il Museo Archeologico di Crotone. Fantastico!
E’ stato costruito alle fine degli anni Sessanta per ospitare i numerosi reperti archeologici rinvenuti negli scavi avviati in città e fuori: Crotone sembra una cittadina sorta in un luogo infelice, così stretta tra i calanchi bruciati dal sole e dal fuoco ed un porto sovradimensionato che si è mangiato quasi tutte le spiagge del lungomare. Invece è stato uno dei luoghi prediletti della Magna Grecia, sede della scuola pitagorica e dei giochi olimpici, di culti religiosi, di commerci instancabili e di numerose guerre per occupare queste colline ora cariche di memorie e di reperti storici. Ovunque si sia scavato per costruire nuovi edifici, dal ginnasio all’ospedale alla zona industriale, sono state rinvenute mura, colonne, necropoli, monete e varie preziosità. Tutte o quasi finite nel museo. 

Il nuovo allestimento del 2000 guida il visitatore alla scoperta dell’antica Kroton e dei tesori rinvenuti al tempio di Hera Lacinia di Capo Colonna, tra i quali spiccano una misteriosa barchetta nuragica in bronzo ed il meraviglioso diadema in oro offerto alla dea forse da un atleta vincitore. Ma le teche sono ricolme anche di tanti altri tesori, per lo più rinvenuti nel cosiddetto edificio B, emerso accanto al tempio ma leggermente divergente e risalente al VI secolo a.C., con ogni probabilità il primo centro di culto del santuario: “la vasta scelta e la qualità degli oggetti votivi rinvenuti in oro, argento e bronzo attestano in modo evidente l’ampia risonanza e la fama che il santuario di Hera Lacinia aveva nel mondo antico”. Di mirabile fattura il gruppo di bronzetti raffiguranti una Sfinge, una Sirena e una Gorgone, ma anche grandi vasi in bronzo e terracotta, numerosi unguentari di forme e proporzioni molto particolari, e quel che ha più colpito il mio immaginario, una serie di finimenti in bronzo per cavalli che attestano la grande considerazione data all’animale ma anche la grande maestria nella realizzazione di manufatti.

Insomma, esco dal Museo quasi un’ora dopo Mauro, con altre centinaia di foto scattate ed un sorriso largo da un orecchio all’altro. Lui paziente aspetta all’ombra della scalinata di uno dei vicoli della città vecchia, sotto i bastioni della torre difensiva del Castello di Carlo V, molto meno entusiasta di me della visita appena conclusa: è rimasto assai deluso dallo stato di conservazione di molti reperti in ferro che, pur nelle teche, si stanno sfaldando, depositando pezzetti vari intorno ai piedistalli. Presa com’ero dall’ammirare le mille meraviglie esposte, io non mi sono neanche accorta di questo particolare, ma il suo occhio critico non se l’è fatto scappare. Scendendo verso il mare continua a borbottare che di questo passo ben presto non resterà più nulla da mostrare nel museo!

Alle cinque del pomeriggio riprendiamo a pagaiare e superiamo prima la bocca del porto turistico di Crotone e poi la seconda bocca del porto commerciale, da cui avevamo visto uscire in mattinata solo una pilotina rossa diretta alle quattro piattaforme di estrazione del metano che si ergono poco al largo delle città.

Noi puntiamo una delle prime pinete alle spalle delle spiagge che corrono verso nord, ma la prima è di una villa recintata e la seconda è sulla foce di un fiumiciattolo che serpeggia in mare: la terza sembra fare finalmente al caso nostro. Tre grandi cartelli bianchi riportano la scritta “La spiaggia è di tutti: teniamola pulita”. Sbarchiamo. Tiriamo in secca i kayak e subito un custode si avvicina per spiegarci che si tratta di un’altra spiaggia privata: “Adesso la stagione è quasi finita e non c’è più nessuno, ma in estate qui è pieno di gente”. Ci lascia aperti i bagni e le docce, così possiamo fare rifornimento d’acqua molto facilmente. Noi l’abbiamo scelta per la bella distesa di acacie saline, come lui ci dice viene chiamata questa varietà dalle foglie oblunghe di un bel verde brillante e dai lunghi semi a baccello di un marrone intenso: è ormai diventata la nostra pianta preferita in questo viaggio estivo, coi suoi rami frondosi che risuonano nel vento, che proteggono dal sole e che ricadono dolcemente verso il basso. I fusti non sono mai troppo alti, ma abbastanza forti da ospitare una tenda.
Pochi euro per la notte ed il posto è tutto nostro! 


Sabato 4 settembre 2021 – 49° giorno di viaggio
Crotone nord – Strongoli Marina: 19 km
Nuvoloso tendente al sereno – mare increspato dal vento contrario

Per la prima volta avvertiamo l’arrivo del fresco!
L’alba ci raggiunge dietro una corona di nuvole cariche di pioggia che per fortuna scaricano il loro contenuto in alto mare. Noi ci godiamo la spiaggia privata tutta per noi per buona parte del primo mattino ed ammiriamo la cura che il proprietario rivolge ad ogni singola acacia, preparando il terreno col concime adatto all’arrivo delle prime piogge.

Salutiamo ricambiati i loro saluti e quasi ci dispiace lasciare questo campo, uno dei più belli dell’intero viaggio, uno dei più silenziosi e tranquilli ora che la stagione sta ormai volgendo al termine.
Ci lasciamo chiamare dai bagliori del mare increspato dal vento. 

Proseguiamo lenti la nostra navigazione verso nord, rallentati ora dalla brezza contraria che diventa via via sempre più insistente. Le previsioni annunciavano un cambio nella direzione del vento, che già verso le undici del mattino avrebbe dovuto girare verso est e poi persino verso sud, offrendoci in tal caso una buona spinta per risalire la costa. Invece è già passato mezzogiorno e la brezza tesa continua ad essere contraria!

Passiamo una punta bassa e sabbiosa sormontata da una fitta pineta e poco oltre scorgiamo un boschetto di eucaliptus che sembra essere perfetto per ospitarci per il pranzo. Mauro si addentra nei campi coltivati al di là dello sterrato che costeggia un torrentello ricolmo di canne e torna con una bella anguria, scartata dalla raccolta stagionale e rimasta tra altre decine a marcire sul terreno: ancora zuccherina e succosa, è perfetta come merenda.

Riprendiamo un po’ controvoglia a pagaiare nel vento contrario e ci lasciamo distrarre dalle decine di grandissime meduse trasparenti che incontriamo lungo la costa: nell’acqua verde e cristallina il loro gonnellino violaceo risalta più del solito e ci stupiscono le dimensioni davvero notevoli di molti esemplari di questa bellissima specie. Ogni tanto, insieme alle Rizosthoma Pulmo, incrociamo anche qualche raro esemplare di medusa “occhio di bue”, quelle di color marrone con la testa più scura ed i tentacoli corti che a me fanno sempre pensare ai pallini dei gonnellini greci. Le meduse rappresentano la nostra unica fonte di distrazione del pomeriggio.

Fino a quando non avvistiamo il nostro supermercato, una costruzione tondeggiante alle porte di Cirò Marina: siamo rimasti senza frutta e verdura e per una volta ci concediamo anche del pane fresco. Ed una vaschetta piccola di gelato al pistacchio, da dividere a cucchiaiate sulla scalette del retro, affacciati sul mare.

Pagaiamo ancora per un’oretta soltanto, giusto il tempo di uscire dal paese: troviamo ospitalità davanti ai ruderi di una delle ultime villette sul mare, proprio accanto ad una bella casa bianca circondata da un giardino lussureggiante da cui esce una coppia che si apprestava alla passeggiata serale in riva al mare. Viene invece decisa verso di noi per aiutarci a tirare in secca i kayak e per chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. “Ma davvero arrivate da Latina in kayak? Non ci credo: quindi avete anche passato lo Stretto di Messina! Ma davvero?” Continua a ripetere e a sorridere attonita la signora simpatica. Torna poco dopo con un’anguria gigante: “sono le ultime di stagione, spero sia ancora buona!”
Stavolta ci addormentiamo un po’ più tardi del solito: alle nove in punto!


Domenica 5 settembre 2021 – 50° giorno di viaggio
Strongoli Marina – Punta Alice: 21 km
Nuvoloso e piovoso – vento contrario e mare increspato

Ci svegliamo in un dipinto di William Turner.
Le nuvole corrono veloci in un cielo carico di pioggia, scuro e nero da farci passare la voglia di uscire dalla tenda. Invece poi il vento fa diradare la coltre scura che avvolge l’alba e il primo mattino brilla d’oro e d’argento.

Sulla spiaggia passa un pescatore. E subito si ferma a chiacchierare.
Ha appena trovato una rete contenente cinque boe nere che aveva perso oltre venti giorni fa durante una battuta di pesca al largo di questi lidi. E’ sorpreso lui stesso, nonostante l’esperienza, di come il mare tolga e restituisca. E ci chiede del nostro viaggio. E ci racconta delle sue uscite a pesca, della barca al porto di Crotone, della costa calabrese e dei calabresi. E’ una chiacchierata di quelle che non vorresti finissero mai, ricca di aneddoti e segreti e piccole grandi verità. I suoi occhi si illuminano quando parla dei pesci e delle esche e deve essere una luce simile che lui scorge nei nostri occhi, perché continua a ripetere che ci deve volere tante passione per un viaggio così lungo con “barchette così piccole”. Ci saluta troppo presto: “Non ho viaggiato così tanto, ma un mare così bello e pescoso come questo non ce n’è!”.

Ci bastano poche pagaiate per raggiungere l’agglomerato di Torre Melissa: il paesino marinaro corre lungo e stretto tra la costa e la ferrovia e prende il nome dalla bella torre in pietra a base esagonale e a sommità circolare, con contrafforti e merli che si erge proprio sugli ultimi rilievi collinari affacciati sul mare. 

Non è molto distante da Cirò Marina, separata da un tratto di litorale un po’ più maltrattato del solito, con case evidentemente abusive davanti a vigneti ben coltivati e con fiumiciattoli in secca sormontati da strane condutture volanti. Anche Cirò Marina non è proprio una meraviglia, vista dal mare, con un albergo a cinque piani e delle strane torrette che chiudono le scale esterne, con un grande stabilimento balneare a scaloni e delle grandi tensostrutture per l’ombra e con un piccolo porto turistico la cui diga foranea è protetta da un’altissima barriera di “ancorapodi”, massi di cemento dalla stranissima forma di ancore bifronti: ci sembra troppo alta per un porto così piccolo ma forse il mare ha imposto la sua.

Dopo una breve pausa pranzo, in cui consumiamo la prima metà dell’anguria regalataci dalla signora simpatica, riprendiamo a pagaiare tra le meduse. Che però oggi non rappresentano l’unica nostra distrazione perché il panorama si fa più interessante via via che usciamo da Cirò Marina. Superiamo prima la bocca di porto, che ha la luce rossa miseramente accasciata sulla massicciata, e poi velocemente uno scarico maleodorante alle porte della cittadina. Prima ancora di doppiare la lunghissima lingua sabbiosa di Punta Alice, sormontata da un bel faro bianco, avvistiamo una lunga pineta profumata che incorona una bella spiaggia di sabbia bianca e fine che corre bassa e lineare e deserta fino all’orizzonte. Punta Alice è infatti talmente pronunciata che, costeggiando come facciamo a pochi metri dalla battigia, per risentire meno del vento che va rinforzando, non vediamo nient’altro che mare fino alla punta. E sulla punta incappiamo in una bella corrente contraria che disegna in mare un arco ampio e spumeggiante di frangentini che si rincorrono dispettosi e nervosetti. E’ una vera e propria corrente di marea, una tidal races ionica che ci sorprende e ci diverte. Per una buona mezz’ora cavalchiamo questa piccola scia di mare imbiancata da onde irregolari che movimentano un po’ il pomeriggio passato a pagaiare controvento.

Anche oggi, infatti, le previsioni davano vento a favore, mentre invece è stato quasi sempre contrario. Ora che la nostra rotta cambia di quasi 90 gradi, il vento ci arriva al traverso e ci accompagna fino al campo.

Sbarchiamo in una spiaggia anonima appena tre chilometri oltre Punta Alice, poco dopo una bruttissima struttura industriale con tanto di silos in cemento ed in ferro arrugginito, che Mauro scopre essere stato un deposito di sali dell’ENI, e quasi sotto una bella costruzione in pietra che dalla mappa sappiamo essere il Mercato Saraceno.
Per oggi può bastare.


Lunedì 6 settembre 2021 – 51° giorno di viaggio
Punta Alice – Punta Alice: 0 km
Nuvoloso e piovoso – vento contrario e mare increspato

La notte più tribolata del viaggio!
Ormai abbiamo capito che guardare le previsioni non aiuta.
Almeno in questo tratto di costa ionica. Forse perché è proprio al confine tra due settori meteorologici. Sta di fatto che ieri sera il tramonto infuocato, che pure siamo saliti sulla duna per goderci in tutto il suo spettacolare splendore, non annunciava certo bel tempo ma piuttosto, come avevamo già stabilito nei nostri lunghi viaggi greci, stava a significare che “rosso di sera, ti aspetta una bufera!” 

E infatti la notte è tutta una infilata di vento forte, pioggia battente e raffiche che puliscono il cielo e che poi riportano altre nuvole, e poi ancora pioggia e ancora vento e soprattutto sonno intermittente e disturbato. Avevo dimenticato quanto è faticoso riuscire ad addormentarsi col rumore martellante del telo esterno sbatacchiato dal vento oppure col suono pesante dei goccioloni di pioggia che cadono sulla tenda. Alle quattro del mattino, quando tra le nuvole si intravede la costellazione di Orione ed un primo leggero bagliore rossastro si annuncia lontano all’orizzonte, mi tocca uscire dalla tenda per sistemare i picchetti e per rimboccare le ali paravento sotto una bel cumuletto di sabbia bagnata. Mi risveglio col sole ormai alto quando sono passate le nove del mattino.

Mauro si è già fatto la barba e si è sistemato a fare colazione ai piedi della duna, al riparo dal vento più forte. Lo raggiungo con gli occhi ancora socchiusi e mi siedo accanto a lui per mangiare qualcosa. Mi dice di aver dormito poco anche lui, col sesto materassino del viaggio che si è bucato!

Non sappiamo cosa fare: il mare è grosso, le onde frangono a riva con grandi riccioli spumeggianti, il vento non accenna a calare. Di solito, a quest’ora, e con tutti i nostri tempi ultra-lenti, siamo già all’opera per smontare il campo: mentre Mauro si rade, io ripongo i sacchi a pelo nelle loro sacche, poi sgonfio e ripiego i materassini, libero la tenda dalle nostre varie cianfrusaglie, slego il sovra telo per metterlo ad asciugare, smonto il sottotenda ed i paletti e sistemo tutto nei rispettivi sacchetti. Il carico è equamente diviso tra i due kayak ma mente io sistemo tutto l’attrezzatura da campeggio nel gavone di prua, Mauro ha scelto di redistribuire le cose tra quello anteriore e quello posteriore. Quindi prima di metter via ogni cosa, lui deve finire di fare colazione, mentre io prima infilo tutto in kayak e poi tiro fuori ovomaltina e muesli. 

Alla fine dei giochi, però, siamo sempre pronti quasi nello stesso momento. E soprattutto, siamo sempre pronti alla sera per rifare lo stesso gioco all’inverso: tiriamo fuori tutto l’occorrente per ricominciare ancora un’altra volta. Per prima cosa Mauro si asciuga e si occupa di tutta l'attrezzatura elettronica, mentre io scatto le foto del campo; poi Mauro spiana il posto prescelto per montare la tenda con l’aiuto dell’immancabile “caterpillar”, il nostro fidato legno per i “lavori edili” che portiamo ormai in tutti i nostri viaggi; infine, io monto la tenda e preparo materassini e sacchi a pelo mentre Mauro cucina la cena, di solito cous-cous o riso con sughi pronti oppure minestrone di verdure con pastina. Siamo un po’ carenti nei dolci, in questo viaggio, e nei liquorini post-prandiali, ma abbiamo frutta fresca a volontà. Di solito, siccome per cucinare ci vuole più tempo che per montare il campo, capita spesso che io riesca a sedermi vicino al cuoco e a trovare il tempo di aggiornare il diario di viaggio. 

Ogni giorno questo è un rito che si ripete quasi sempre uguale, in un luogo sempre diverso ma più o meno la sequenza è sempre la stessa, salvo alcune piccole variazioni di poco rilievo. E’ come un esercizio zen, un’attività ripetitiva ma coinvolgente che rilassa la mente ed il corpo. Uno dei momenti più intensi del viaggio, che permette di ripensare alla giornata, di apprezzare il posto in cui si è arrivati, di guardarsi attorno e scoprire piccoli tesori sulla spiaggia o sotto la pineta. E’ una parte essenziale del viaggio che pur ripetitiva e costante è una delle nostre preferite.

Oggi invece non facciamo niente di tutto questo. Oggi è un giorno sballato. La pioggia della notte ed il vento del giorno non solo ci costringono a terra ma ci impongono anche un ritmo completamente differente. Niente smontaggio del campo, per cominciare. Niente rimontaggio, per finire, visto che il vento soffia forte fino alle quattro del pomeriggio e alle cinque ricomincia pure a piovere. Anche i pasti sono tutti scambiati: pranziamo due volte, a mezzogiorno e alle tre del pomeriggio, visto che ci torna una fame viola che ci fa riaprire la cambusa; poi ceniamo prima del solito, alle sei e mezza, quando gli altri giorni ci apprestiamo a sbarcare.

Il resto della giornata trascorre lento e silenzioso: noi due soli su questa lunga spiaggia deserta ed anonima, solo una gran quantità di grilli salterini che si mimetizzano tra la rena e le canne spiaggiate e si palesano solo quando facciamo qualche passo in qua o in là. Nell’unica passeggiata del mattino abbiamo però incontrato anche un piccolo esemplare di biscia d’acqua, con una bella macchia nera sulla testolina triangolare e con una livrea cinerina che si mimetizza perfettamente sulla battigia. Poi Mauro trova ben quattro palloni arancioni, io sette palline colorate, due palette ed una formina di plastica a forma di stella blu. E questo è tutto.

Per il resto della giornata ci godiamo il dolce far niente.
Osserviamo le nuvole, le onde, il passaggio del mono-treno.
Fino al calar della sera. La tenda è già lì, montata nello stesso posto, tirantata tra i due kayak, con tutto già sistemato al suo interno. Ci infiliamo dentro che c’è ancora luce, ma la sera diventa subito fresca ed il sonno oggi è più meritato del solito, anche se non abbiamo pagaiato.
Siamo entrati nell’ultima settima del nostro lungo viaggio estivo e domani speriamo di poter riprendere ad avanzare verso la nostra meta finale: Sibari.

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Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

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01 settembre 2021

Sud Italia Kayak Tour 2021: il diario da Sant'Andrea Ionio a Capo Colonna...

Sabato 28 agosto 2021 – 42° giorno di viaggio
Sant’Andrea Ionio Marina – Catanzaro Lido: 30 km
Variabile e nuvoloso – vento da ovest e mare mosso

Al nostro risveglio il mare è già increspato dai primi frangenti di una brezza che corre lungo la costa e che va proprio nella nostra stessa direzione. Le prime miglia navighiamo gratis, senza alcuna fatica.

L’arrivo a Soverato, una ridente cittadina sul primo promontorio roccioso che incontriamo dalla lontana Scilla, è nell’ora di punta del pranzo estivo. Molti bagnanti sono ancora in acqua ma la “minestrina” di testoline si allunga solo lungo la riva, a pochi metri dalla battigia: le boe che segnalano le acque sicure, infatti, sono posizionate giusto un paio di metri al largo, non di più, perché subito oltre il mare sprofonda in un blu intenso e quasi minaccioso.

Il vento in questa ansa di paese non si avverte quasi più.
Tiriamo i kayak sulla spiaggia tra i gozzi dei pescatori che sonnecchiano sulle due sponde di un fiumiciattolo in secca: il cartello avverte di lasciare libero il passaggio per le barche che devono essere issate con l’argano comune e noi diligenti ci sistemiamo accanto al pattino rosso del salvataggio dello stabilimento limitrofo.

Scendiamo a terra per fare acquisti: abbiamo bisogno di fare il pieno di acqua, di frutta, di pane secco e di altre varie leccornie che di solito stiviamo in cambusa. Usiamo la tecnologia anche questa volta, come per la visita di ieri al museo archeologico: sulla mappa si può scegliere di visualizzare i negozi alimentari della zona, così arriviamo a colpo sicuro a quello più vicino al nostro punto di sbarco (che a dire il vero avevamo già scelto in funzione della distanza dal market!). 

La tecnologia non ci aiuta, invece, a trovare un locale aperto per pranzo. Anche quello che sembra un bistrot aperto a tutte le ore, in realtà di bistrot ha preso soltanto il nome: non sono neanche le due del pomeriggio e sta già chiudendo gli ombrelloni aperti sulla strada pedonale. Soverato sembra una di quelle cittadine che si risvegliano al tramonto e che si riempiono alla sera, quando i turisti tornano dal mare e si apprestano ad occupare i tavolini dei locali notturni. Peccato anche per l’assenza di una fontanella pubblica: anche a cercarla su google, la più vicina appare in alta montagna ad oltre 60 km dalla nostra sosta. Ci accontentiamo di un panino alla mortadella sulla panchina all’ombra di un ficus gigante lungo la strada litoranea.

Quando il vento riprende a crescere, noi ci rimettiamo in mare.
Dovremmo costeggiare ed invece tagliamo al largo l’intero golfo.
Sarebbe stato forse il caso di pagaiare vicino alla costa per ammirare gli altri promontori rocciosi che si allungano oltre Soverato e che racchiudono piccoli angoli di sicuro interesse, come Caminia e Copanello, piccoli borghi marinari ora molto affollati tra i quali si aprono scogliere ricche di cavità naturali, come le Vasche di Cassiodoro. Le conosciamo solo per avere visto delle foto scattate dall’alto della parete rocciosa, con quel mare cristallino che invita a lunghi bagni rinfrescanti.

Avremmo dovuto fermarci per apprezzare questi veri e propri promontori rocciosi, i primi che incontriamo da quando siamo entrati nel Mar Ionio.
Eppure, il mare chiama. E quando il mare chiama, noi non sappiamo resistere.
Il vento forte da ovest si incanala nel lungo vallone proprio alle spalle di Soverato e raggiunge il mare con raffiche costanti che imbiancano il golfo.
Ci ricorda i nostri viaggi nelle ventose isole greche e senza neanche il minimo tentennamento ci infiliamo lì dentro a prendere schizzi e schiaffi, felici come due bambini al luna park.
Per tre ore filate non pronunciamo parola, ci scambiamo solo qualche sguardo d’intesa, correggiamo ogni tanto la rotta e proseguiamo filanti verso la nostra meta. E pazienza per la costa.

Al largo le onde non si alzano molto perché il vento come al solito le appiattisce, ma sono comunque sufficienti a coprire il ponte dei Voyager oppure a sbattere sulla prua alzando dei bei ventagli d’acqua tra i quali appaiono ogni tanto dei piccoli arcobaleni. Guardiamo solo le onde. Perdiamo lo sguardo in quel blu intenso e per tutto il pomeriggio non facciamo altro che rincorrere l’acqua che sale e che scende. Entriamo in una specie di equilibrio zen, viviamo il qui ed ora: o come spesso mi trovo a ripetere, respiriamo il respiro del mare. E tanto basta a renderci felici. Per qualche ora almeno.

Superiamo d’infilata anche Squillace e Catanzaro Lido, compresa la sequenza di strani lidi attrezzati che punteggiano le lunghe spiagge sabbiose di questa zona: la schiera di ombrelloni è racchiusa dentro il perimetro di alte staccionate in legno, dipinte dei colori dei diversi stabilimenti, e tra una muraglia e l’altra si apre giusto lo spazio per l’accesso libero al mare. E’ uno spettacolo che visto dal mare, appunto, lascia un po’ interdetti e che ci fa pensare che chi prende il sole in quei bagni sceglie anche di chiudersi dentro un recinto sui tre lati di terra, come a voler guardare soltanto il mare. Sono i primi lidi recintati che vediamo in tutti i nostri viaggi!

Noi puntiamo diretti verso la prima pineta oltre il porto di Catanzaro, il nostro cinquantesimo porto di questo viaggio estivo in kayak.
Sbarchiamo quando oramai il sole è tramontato dietro le nuvole bianche e montiamo la tenda poco prima che scenda l’oscurità. Siamo i primi a camminare su questa spiaggia: per trovare Mauro che mi ha preceduta in pineta non devo fare altro che seguire le sue impronte sulla sabbia.

Ceniamo con gli ultimi due panini al prosciutto avanzati dalla pausa pranzo e ci sdraiamo, stanchi e soddisfatti, che non sono neanche suonate le nove di sera.
L’unico contrattempo è il suono intermittente di un assiolo appollaiato proprio sulle nostre teste, tanto che Mauro è costretto a mettersi i tappi per le orecchie per non farsi rovinare il sonno dal verso penetrante dell’uccello-sonar.

Poi in verità ci si mette anche la pioggia, a svegliarci nel cuore della notte: cade a scrosci e fa in tempo a bagnare sacchi a pelo e materassini perché noi imperterriti continuiamo a credere di essere ancora in piena estate e ci ostiniamo a lasciare il sovra-telo nel gavone di poppa del kayak di Mauro. Che deve togliersi i tappi e correre a prenderlo: e, come sempre e come al solito, anche stavolta non appena lui finisce di sistemarlo, la pioggia smette di bagnare il nostro sonno!


Domenica 29 agosto 2021 – 43° giorno di viaggio
Catanzaro Lido - Catanzaro Lido: 0 km
Nuvoloso e ventoso – la pineta è un’oasi di pace!

Giornata di terra!
Salvatore viene a portarci la colazione in tenda verso le otto del mattino.
E’ un nostro amico di kayak di Catanzaro con cui da tempo eravamo in contatto telefonico: cercavamo un modo per incontrarci ma temevamo di aver perso l’occasione quando ieri ci siamo infilati nel vento ed abbiamo superato il porto di Catanzaro, dove lui ed un suo amico hanno trovato un rimessaggio per i loro kayak. Speravamo comunque di poterlo rivedere e lui stamattina ci fa la doppia sorpresa di raggiungerci al nostro campo e di portarci anche due buste di cornetti caldi. E un thermos di caffellatte bollente!

Chiacchieriamo sotto la nostra acacia prediletta finché non riprende a piovere. Distratti dalla compagnia non abbiamo tirantato la tenda né adattato il telo per l’ombra a telo antipioggia e ci ritroviamo a fare tutto in fretta e furia per evitare di inzupparci un’altra volta. E di far inzuppare il nostro ospite prediletto. Con cui continuiamo a chiacchierare amabilmente anche sotto il primo vero temporale estivo, e poi ancora durante una breve visita guidata ad un vicino tempietto dedicato alla Madonnina della Pineta, “luogo di preghiera e raccoglimento di un devoto visionario locale”, come ci aveva già scritto la sera prima, quando noi eravamo ormai caduti tra le braccia di Morfeo.

Con Salvatore prendiamo accordi per rivederci l’indomani.
Intanto noi restiamo a goderci la pace della pineta.
Qui tutto tace, anche se il vento smuove le onde che dal largo vengono a rumoreggiare sulla battigia davanti ai nostri due kayak. La tenda però è sotto la prima acacia del bosco, oltre la foce di un fiume che ha scavato la spiaggia, e accanto ad una serie di pascoli battuti da greggi di pecore accompagnate da cani pastore diffidenti e distanti. 

Quando finalmente il sole decide di fare capolino tra i nuvoloni ancora numerosi e paffuti, ma adesso di un bel bianco panna non più presagio di pioggia, noi mettiamo ogni cosa ad asciugare su un grande cespuglio che sembra proprio prestarsi volentieri per aiutarci a stendere il bucato.

E la giornata trascorre lenta e silenziosa tra grilli salterini, lucertole affamate, libellule curiose ed un airone in volo tra le cime degli eucaliptus poco lontani. In spiaggia non arriva quasi nessuno e io posso dilettarmi nel mio passatempo preferito: impilare sassi e creare manine colorate. Oggi trovo dei ciottoli rossastri con inserti verdi e penso che se anche fosse criptonite me ne vorrei portare a casa un bancale intero!

Poi il vento cala e anche le nuvole si diradano.
Le temperature sono scese a 24 gradi e si capisce che ormai l’estate sta finendo anche in queste ultimi propaggini di costa italiana.
Noi programmiamo le prossime tappe giornaliere ed aspettiamo che scenda la notte e riprenda il verso intermittente dell’uccello sonar, come ormai chiamiamo affettuosamente l’assiolo di questa pineta!


Lunedì 30 agosto 2021 – 44° giorno di viaggio
Catanzaro Lido - Praialonga: 34 km
Sereno variabile – vento da ovest al traverso

Salvatore e Gerardo arrivano puntuali alle nove del mattino.
Noi abbiamo messo la sveglia alle sette per rispettare l’appuntamento e siamo quasi pronti, ci manca solo di sistemare ogni cosa nei gavoni.
Tra una chiacchiera, un sorso di caffellatte ed una curiosità sui kayak, ci imbarchiamo comunque dopo le dieci. 

I due ospiti ci scortano per qualche chilometro oltre il confine tra Catanzaro e Crotone e ci raccontano alcune cose sui lidi attrezzati, sulle ville che sorgono sui terreni retrostanti e sulla stazione di raccolta dati di una ex base Nato che incrociamo poco dopo. Poi arriva anche per loro il momento dei saluti e dopo la foto di ordinanza le nostre rotte si separano. 

Questo litorale è molto simile ai precedenti: lunghissime spiagge di sabbia bianca e fine, pochi stabilimenti balneari per lo più silenziosi e pochissimi ombrelloni sparsi; tante invece le foci dei fiumi che solcano prima la pianura coltivata e poi la duna sabbiosa, per giungere al mare dopo qualche ansa che spesso finisce in un pantano prima ancora di toccare l’acqua salata. Ci colpisce molto il fatto che pur così larghe e lunghe e accoglienti, queste spiagge siano così poco frequentate da turisti e da locali. Solo di tanto in tanto ritroviamo i famosi gazebo fissi con qualche sdraio di contorno. Sarebbero invece delle perfette località balneari, fuori dalle rotte turistiche più battute, dove non c’è mai la difficoltà di trovare un parcheggio per l’auto, magari anche all’ombra delle numerose pinete, e soprattutto dove non si accalcano ombrelloni ed asciugami in pochi metri quadrati di sabbia. Eppure qui non c’è nessuno.

Dopo una pausa veloce per il pranzo, continuiamo la nostra pagaiata col vento al traverso che diventa più intenso man mano che trascorrono le ore pomeridiane. Capiamo bene il motivo per cui sono state installate nella zona una sessantina di piccole pale eoliche, che rappresentano il nostro panorama fino a sera.

Scegliamo di passare la notte nella spiaggia di Praialonga.
Troviamo posto per i kayak tra gli ombrelloni sparsi che vengono lasciati piantati anche di notte e per la tenda sotto una delle nostre acacie preferite. Ceniamo sul gavone di prua del kayak di Mauro con la teglia di pasta pasticciata preparata dalla moglie di Salvatore. Proprio quando stiamo per metterci a dormire passa a trovarci anche Piergiorgio, l’organizzatore del raduno che si svolgerà tra qualche giorno proprio in questa zona. E’ passato per l’ultimo sopralluogo e voleva conoscerci di persona. E’ stata una chiacchierata molto piacevole con cui abbiamo chiuso una giornata piena di nuove conoscenze.

Martedì 31 agosto 2021 – 45° giorno di viaggio
Praialonga – Capo Rizzuto: 18 km
Sereno – vento contrario in attenuazione

La notte è stata lunga e silenziosa, nonostante anche in questa pineta viva un assiolo che nelle prime ore notturne ha provato a lanciare i suoi versi penetranti, ma poi deve essere stato spaventato dal russare di Mauro e si è allontanato.
La mattina è lenta e pigra, come piace a noi. Facciamo colazione con i cornetti ripieni che ieri ci ha portato Salvatore.

Il vento si alza in ritardo e ci lascia tutto il tempo per farci uno schampoo nelle acque basse, calde e limpide della baietta di Praialonga: erano ormai più di tre settimane che non avevamo il tempo ed il modo di lavarci i capelli e con tutto il vento preso in navigazione negli ultimi giorni erano ormai diventati un blocco di sale. Difficili persino da districare.
Coi capelli al vento riprendiamo a pagaiare.

Per soli tre chilometri, fino al promontorio roccioso di Le Castella.
Ci sono una serie di calette incastonate nella scogliera rossastra e ne scegliamo una piccola e deserta per consumare il nostro pranzo.
Sappiamo che oltre il capo si accalcano una serie di alberghi e ristoranti e preferiamo restare ancora per un po’ da soli su questo versante ridossato dal vento. Il castello aragonese che sorge sulla piccola isola di Le Castella, ora collegata alla terraferma da uno stretto istmo, costituisce una forte attrazione turistica: peccato che il martedì sia proprio il giorno di chiusura settimanale, ma abbiamo comunque la fortuna di poterlo osservare da ogni lato aperto sul mare, e di apprezzare la sua torre fortificata e merlata e le tante stanze sormontate da una passerella in legno per le visite guidate. E’ un peccato che sia così circondato da costruzioni moderne: non sappiamo dire se le foto che abbiamo scattato dal mare ritraggono le sole mura fortificate del castello oppure anche le “terrazze fantasia” delle moderne abitazioni di Le Castella.

Poco oltre si apre anche un doppio porticciolo turistico e tutto il golfo interno fino a Capo Rizzuto è costellato di altre strutture alberghiere. Sormontate a loro volta da una fitta serie di pale eoliche. Le spiagge sono tutte attrezzate con ombrelloni, pedalò e sit-on-top perché l’altra grande attrazione del luogo è la sabbia, rossa e fine come noi ne abbiamo trovata solo a Cefalonia.

Facciamo un’altra breve sosta ai piedi dell’agglomerato di Capo Rizzuto, notando che il vecchio faro è ormai soffocato dalle altre costruzioni, così fitte da nascondere anche la torre di avvistamento eretta sulla bassa scogliera di pietra rossastra. 

Gli scogli sembrano lavorati all’uncinetto, così carichi di fori e cavità da renderli simili a dei centrini giganti: sono tutti così friabili che presto diventeranno a loro volta sabbia rossa.
Tra le scogliere si notano altri imponenti calanchi bianchi che risaltano ancor di più sulle spiagge di colore rosso. Anche questo contrasto ci ricorda tanto una località a sud di Cefalonia che noi abbiamo sempre chiamato “La luna” perché la sabbia era finissima e di una tonalità cangiante tra il grigio delle pareti dilavate ed il ramato della spiaggia farinosa.

Cerchiamo un luogo per la notte, anche se le spiagge oltre Capo Rizzuto sono tutte talmente strette, così incastonate sotto le pareti dei calanchi, da farci temere di non poter accogliere i quasi sei metri di lunghezza dei nostri kayak. Ogni tanto sono state create delle piccole barriere frangiflutti con le stesse rocce ramate lavorate all’uncinetto e la sabbia sembra essersi raccolta intorno a questi strani uncini rocciosi. Dopo qualche tentativo andato male, scoviamo una spiaggia più profonda delle altre che sembra anche più rossa delle altre.

Sbarchiamo tra l’incredulità degli ultimi bagnanti e sotto i loro sguardi incuriositi montiamo la tenda ancor prima che arrivi la notte. Il sole è già calato da un pezzo ed il venticello gentile della sera ci fa provare qualche brivido di freddo. Ceniamo in fretta e subito ci stendiamo a dormire, degnando appena di uno sguardo fugace il cielo stellato sopra di noi: la notte sarà breve perché stavolta siamo proprio rivolti verso est ed il primo sole ci entrerà dritto negli occhi! 

Mercoledì 1 settembre 2021 – 46° giorno di viaggio
Capo Rizzuto – Capo Colonna: 16 km
Nuvoloso e ventoso

E infatti ci svegliamo alle sei!
Alle sette abbiamo già smontato il campo, ma alle otto andiamo a prendere una crema di caffè al bar del campeggio. Perché abbiamo appena scoperto di aver dormito nella spiaggia del campeggio! Alle nove siamo ancora lì che controlliamo le previsioni meteorologiche e che facciamo e disfiamo i programmi per i prossimi due giorni di navigazione. Oggi il vento contrario è ancora gestibile, sui venti nodi fino alle cinque del pomeriggio. Domani invece tutti i nostri siti di riferimento danno un aumento del vento da nord-est con raffiche fino a 30 nodi (F7 della scala Beaufort) e non se ne parla proprio di passare Capo Colonna in quelle condizioni! Potremmo decidere di doppiarlo oggi, ma poi domani ci troveremmo alla periferia della città di Crotone, sulla costa esposta al vento, e la nostra povera tendina potrebbe risentire delle folate notturne. Incerti sul da fare, decidiamo di lasciar decidere al mare.

Ci imbarchiamo alle undici, dopo aver risposto a talmente tante domande dei vicini di ombrellone che sembra quasi un’intervista giornalistica, per quanto sono articolate e pertinenti le curiosità dei cinque amici sul nostro viaggio estivo in kayak. Tutti si rammaricano molto quando spieghiamo che è il viaggio meno bello tra i tanti fatti negli ultimi venti anni, lungo coste poco interessanti e su acque che per troppi chilometri abbiamo trovato sporche ed inquinate, fino ad oltre Reggio Calabria. Solo la costa ionica calabrese si salva perché abbiamo pagaiato sempre in acque limpide e pulite, ma purtroppo perde punti per i continui incendi che rileviamo nell’entroterra. Anche oggi, come ieri, e persino verso la Riserva Naturale di Capo Colonna.

E il mare decide per noi.
Il vento è molto forte anche se ci schiacchiamo sotto le scogliere rossastre e proviamo ad usare la nostra solita strategia di “scogliettare”, di restare cioè molto vicini alla costa per sfruttare le onde di ritorno; in realtà, non possiamo neanche stare troppo ridossati perché diversi scogli semisommersi, che creano anche secche numerose ed estese, ci costringono a stare un po’ più al largo. Adottiamo allora una tecnica differente ma altrettanto divertente: la fila indiana. La mia prua attaccata alla poppa di Mauro, che così mi offre la scia e mi permette di non fare quasi nessun fatica. Come usavano i vecchi cacciatori Inuit quando uscivano in kayak per la pesca alla foca o al narvalo e si davano il cambio in caso di vento forte e contrario. E’ una tecnica che funziona sempre e che fa risparmiare un sacco di energie!

Pagaiamo controvento fino alle quattro del pomeriggio. E avanziamo ad appena 2 km orari, contro i 5-6 delle nostre abituali velocità di crociera. E quando raggiungiamo la spiaggetta protetta oltre Torre Scifo, poco prima di Capo Colonna, troviamo il nostro piccolo angolo di paradiso. Per oggi e anche per domani. Visto che subito i nuovi vicini di ombrellone ci dicono che in cima alla strada di accesso alla spiaggia c’è una pizzeria. Per noi che sogniamo di mangiare una pizza da più di un mese è la notizia che scioglie ogni dubbio: montiamo il campo, pubblichiamo il diario sul blog e ci vestiamo da sera per andare a cena fuori!

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28 agosto 2021

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Sud Italia Kayak Tour 2021: il diario da Capo Spartivento a Sant'Andrea Ionio...

Lunedì 23 agosto 2021 – 37° giorno di viaggio
Capo Spartivento – Villa Romana di Casignana: 26 km
Soleggiato – brezza decisamente a favore

E’ la giornata delle sorprese!
Ci raggiungono per pagaiare insieme alcuni amici di kayak in vacanza in Calabria: Angela, Caterina e Marco scendono col furgone fino al faro di Capo Spartivento e ci vengono incontro con i gavoni pieni di biscottini, mostaccioli col vinsanto e frutta a volontà.

Dopo i primi veloci convenevoli, procediamo di buona lena verso la prima sosta per il pranzo, che Caterina propone di consumare a tavola. La proposta è subito accolta non solo a pieni voti ma anche con grande entusiasmo. Mentre attendiamo le numerose e variegate portate di pesce, scopriamo anche che il furgone di Caterina e Marco può trasportare sia Giallina che Claudia verso casa. Cioè, non proprio verso casa: solo verso Iesi, poi le altre tappe prevedono un tragitto in treno a Latina per recuperare l’auto, poi in auto a Iesi per recuperare il kayak, poi una seconda tratta in auto a Civitavecchia per prendere il traghetto ed infine l’agognato rientro a Cagliari. Un viaggio nel viaggio!

Claudia è come al suo solito molto combattuta: da un lato le dispiace lasciarci e chiudere oggi senza alcun vero preavviso il lungo viaggio in kayak; dall’altro sono settimane che tenta di interrompere l’avventura in campeggio nautico escogitando il rientro più comodo possibile. Pensava di fermarsi a Castellammare dopo appena due settimane, poi ha provato a salutarci a Paola, dove aveva persino trovato un lido attrezzato per lasciare Giallina, poi aveva ritentato con la stazione ferroviaria di Reggio Calabria. Ma ogni sera ci ripensava e la mattina dopo riprendeva a pagaiare insieme a noi. Stavolta la proposta è troppo allettante per essere rifiutata!

E così capiamo che sarà il nostro ultimo pranzo insieme!
Dopo due ore con le gambe sotto il tavolo ed un discreta quantità di birre scolate, ci decidiamo a riprendere la navigazione. Marco torna a recuperare il furgone lasciato al faro di Capo Spartivento, mentre noi cinque procediamo in favore di vento verso la nostra meta già concordata: la spiaggia antistante la Villa Romana di Casignana, dove oltre ai vicini scavi la mappa satellitare sembra mostrare un comodo parcheggio per caricare i kayak. 

Passiamo in un baleno la scogliera di Capo Bruzzato e gli scogli semi sommersi del successivo anonimo capo, gli unici della costa ionica calabrese sinora percorsa ad essere disseminati di grandi massi levigati e ricoperti da un leggero strato di alghe verdognole. Almeno rendono il fondale sabbioso un po’ più vario per qualche centinaio di metri.
Arriviamo in poco tempo anche al nostro campo per la notte.

La Villa Romana è ben visibile dalla spiaggia, protetta da ampie strutture con coperture a volta che offrono ai resti archeologici un ottimo riparo dal sole cocente di queste latitudini. Quel che non è visibile, invece, è un passaggio che conduca al margine della Statale Ionica. C’è da attraversare la ferrovia ed in questo tratto non ci sono sottopassaggi. Quando Marco arriva col furgone dobbiamo trasportare i kayak oltre il boschetto di pini e anche oltre la massicciata dei binari. Ma siamo in cinque ed in meno di un’ora è tutto caricato e sistemato a dovere. I saluti ce li scambiamo sul ciglio della statale perché non troviamo un ristorantino aperto in zona.

L’ultima sorpresa della giornata è la luna rossa che sale dal mare proprio dirimpetto ai nostri due kayak, rimasti ora da soli sulla lunga spiaggia di ciottoli e sabbia. Una spiaggia che scricchiola sotto i piedi come se sotto la sabbia ci fosse della pomice: è il luogo ideale per vincere la nostalgia dell’allegra compagnia che abbiamo appena salutato!

Martedì 24 agosto 2021 – 38° giorno di viaggio
Villa Romana di Casignana – Locri: 17 km
Caldo – mare calmo e brezza inesistente

La mattina è quasi interamente dedicata alla visita della Villa Romana.
Vado da sola perché Mauro è tutto intento a risistemare e redistribuire l’acqua e la cambusa lasciata in eredità da Claudia. Supero per l’ennesima volta i binari della ferrovia e arrivo agli scavi all’orario di apertura: ci rimango da sola per oltre due ore, immersa in un passato meraviglioso che non immaginavo potesse nascondersi in questa angolo di Calabria che da giorni brucia di incendi propagati dal mare ai monti.

La Villa Romana di Casignana è una splendida residenza risalente al IV secolo d.C. che gli scavi archeologici hanno riportato alla luce a partire dal 1964, che comprende un ampio insediamento esteso per circa 15 ettari e che continuò ad essere abitato fino al VII secolo d.C. quando la popolazione si spostò verso l’interno. Oggi è possibile visitare un’articolata struttura composta da una villa di rappresentanza, una vasta zona termale (compresa una latrina che conserva i sostegni per la seduta in legno sospesa sul canale di scarico), una serie di ambienti di servizio a supporto delle attività agricole e commerciali dell’insediamento, una necropoli ed una serie di vasche cisterna intercomunicanti per la raccolta dell’acqua piovana e sorgiva che alimentavano poi la fonte monumentale. 

Il terreno in cui sono stati rinvenuti i resti archeologici è attualmente attraversato sia dalla Statale Ionica, che taglia a metà proprio alcune stanze della villa affacciata sul mare, che dalla linea ferroviaria battuta quasi esclusivamente dal nostro prediletto mono-treno diesel. Sopra le terme, inoltre, è stata costruita una casa a due piani che è stata fortunatamente espropriata e che dovrà auspicabilmente essere abbattuta perché, mi spiega gentile il guardiano, alcuni ambienti hanno “incorporato parte degli scavi”. La nota positiva è lo stato di ottima conservazione tanto degli scavi quanto dei mirabili mosaici che li impreziosiscono (oltre venti mosaici, di cui cinque figurati!) e che sono stati volutamente lasciati in situ perché rappresentano il più vasto nucleo di mosaici finora noto della Calabria romana. Sono tutti protetti da coperture a volta che consentono “di controllare i parametri microclimatici e di verificare la coerenza dei requisiti prestazionali”, come si legge sull’opuscolo che viene consegnato insieme al biglietto d’ingresso.

La villa era composta da numerose stanze e nelle varie epoche è stata anche più volte ampliata. Tutte le stanze erano rivestite di pregevoli marmi ed intonaci colorati, in alcuni punti ancora perfettamente visibili. Negli ambienti più lussuosi, inoltre, dei mosaici di tessere in pasta vitrea ricoprivano probabilmente anche il soffitto. Alcune stanze della villa e delle terme sono pavimentate con bellissimi mosaici policromi con tessere nere, versi, rosse, gialle e bianche a formare sia ricercati motivi vegetali che motivi geometrici classici con svastiche, cubi prospettici, code di pavone, quadrati intrecciati e trecce a due capi. I mosaici più famosi sono quelli della Sala delle quattro stagioni nell’ala settentrionale della villa e della Sala delle Nereidi nella zona meridionale delle terme: quattro fanciulle sedute sul dorso, rispettivamente, di un leone, un toro, un cavallo ed una tigre, tutte fiere ancora perfettamente riconoscibili e tutte caratterizzate dalla coda a tre pinne tipica dei mostri marini.

L’interesse maggiore è rappresentato dall’impianto termale, composto da due nuclei distinti ma con identiche funzioni e che ripropongono la successione tipica delle terme romane: il “frigidarium” non riscaldato, il “tepidarium” moderatamente riscaldato ed il “calidarium” riscaldato, oltre al “laconicum” fortemente riscaldato e destinato alle “essudationes”. Ogni ambiente era corredato da vasche per i bagni freddi e caldi e sono ancora visibili le bocche di forno situate al di sotto dei pavimenti che garantivano il riscaldamento delle stanze e delle vasche. 

Ho scoperto così come venivano riscaldate le terme romane: non solo attraverso intercapedini ricavate sotto i pavimenti grazie all’uso sapiente di pilastrini realizzati con mattoni, ma soprattutto attraverso una serie di tubi di terracotta sovrapposti verticalmente e fissati alle pareti con grappe di ferro a forma di “T”: questi tubuli erano dotati di fori laterali che permettevano la comunicazione tra una serie e l’altra e la minima dispersione del calore tra i vari ambienti delle terme. Geniale!

Ho scattato un centinaio di foto: appena rientro a casa, cercherò di sistemarle e di contrastarle al meglio per pubblicarle a corredo del diario di viaggio perché la Villa Romana di Casignana è uno di quei luoghi magici che rendono il viaggio unico e speciale! E che riscattano una regione martoriata dagli incendi e dalle colate di cemento!

Partiamo a mezzogiorno, spostandoci da Bovalino ovest a Bovalino est.
Per la pausa pranzo scoviamo un triangolo all’ombra nel giardino di una pizzeria abbandonata: dietro passa la Statale Ionica e ancora più dietro c’è un supermercato dove acquistiamo, tra poche altre cose, un dolcissimo gelato allo yogurt greco col miele!

Ripartiamo a stento e appena avvistiamo una pineta ci fermiamo.
C’è l’ombra che ci serve per contrastare il sorgere del sole dal mare: le albe sono spettacoli meravigliosi che però accadono ogni giorni troppo presto! Montiamo la tenda sopra un letto di aghi di pino che profumano di resina: siamo un po’ troppo lontani dai kayak, rimasti in spiaggia tra una serie di gozzi colorati, ma alle nove siamo già a nanna!

Mercoledì 25 agosto 2021 – 39° giorno di viaggio
Locri – Roccella Ionica: 16 km
Caldo – mare calmo

Il risveglio è lentissimo, complice l’ombra della pineta.
Smontiamo il campo con tutta calma e poi ci trasferiamo al vicino lido per la crema di caffè di rito. Stamattina ci viene servita un po’ troppo liquida perché la macchinetta è stata appena accesa: ormai non ne troveremo più un’altra che possa competere con la crema di caffè di Castellammare di Stabia, servita con caramello, croccantino e bottoncini di cioccolato. 

Riprendiamo la navigazione a mezzogiorno suonato.
La costa corre bassa e lineare, tra paesi che si susseguono senza soluzione di continuità, con case “fantasia” a 5-7-13 piani e con diversi stabilimenti balneari, stranamente tutti senza musica e senza animazione. La chiamiamo la costa del silenzio!

Le colline retrostanti sono molto scoscese ed in alcuni tratti ritroviamo i famosi calanchi bianchi. I monti sono visibili in lontananza, resi azzurrini dalla distanza e dall’umidità. Oggi per la prima volta non avvistiamo nuovi incendi, ma osserviamo da lontano gli effetti devastanti di quelli divampati nei giorni o mesi precedenti.

Lungo la costa sabbiosa si rincorrono anche diversi ormeggi di natanti che sembrano per lo più improvvisati, solo qualche boa fissata qua e là con dei pesi perfettamente visibili sul fondale sabbioso. Si incontrano per lo più sui capi, che lungo la costa ionica della Calabria non sono dei veri e propri capi, ma piuttosto delle piccole punte appena pronunciate e protese di poco verso il mare aperto. Deve essere un mare aperto ma cortese, questo mare calabrese, per consentire ai pescatori e ai diportisti di fidarsi ad ancorare le loro barche a questi ormeggi non protetti. Ma devono essere comunque affidabili, visto che da Reggio Calabria a Locri abbiamo avvistato soltanto due relitti spiaggiati, di una barca a vela col boma danneggiato e di un trimarano con le braccia di un galleggiante laterale completamente distrutte.

L’acqua del mare è sempre di un verde invitante, trasparente e brillante. E’ un mare pulito, senza plastica o scarichi: si vedono le ondulazioni del fondale sabbioso, di tanto in tanto ricoperto da praterie di Posidonia oceanica. In alcuni punti invece la profondità aumenta fino ad oltre duecento metri ed il verde lascia il posto ad un blu intenso, altrettanto attraente e seducente.

Tagliamo al largo per ammirare meglio il paesaggio!
Un bel pesce spada di un paio di metri salta fuori all’improvviso, a meno di tre kayak di distanza dai nostri, mostrandoci orgoglioso sia la spada che la pinna dorsale: speriamo sia stato spaventato dalle nostre ombre, perché se invece si è trattato di un altro predatore non osiamo neanche immaginare le sue dimensioni!

Ci sono giornate in cui pagaiamo leggeri e veloci. Altre in cui ci sentiamo stanchi e vecchi. I kayak sembrano pesanti, l’acqua dura, l’aria calda, il sole cocente, il paesaggio immobile: oggi tutto ci fa fare più fatica.
Così quando avvistiamo il boschetto più folto della costa ci fermiamo.
Se Claudia per caso ancora si chiede se fosse lei a rallentarci nel nostro giro in kayak, forse adesso può rispondersi serenamente che no, non era certo lei: siamo noi ad essere lenti, lentini, lentissimi!
Ma stavolta facciamo proprio bene. Non è una pineta ma un bosco di eucaliptus, altrettanto profumati. Un ragazzo bolognese curioso e gentile si avvicina per chiederci del viaggio e dopo le solite domande ci stupisce con un’offerta insolita: pizza e prosecco! Accettiamo contenti!

La cosa più bella è il vicino campeggio YMCA (Young Men’s Christian Association) dell’associazione cristiana ecumenica nella sua unica sede italiana: non avremmo mai immaginato di trovare una simile realtà nel nostro paese e subito Marina, una signora allegra e ciarliera, ci spiega che pur mantenendo il nome si è presto evoluta in un’associazione multi-confessionale con una forte vocazione alla coesistenza tra cristiani, ortodossi, protestanti, ebrei, islamici e persino atei e agnostici. Il luogo è talmente accogliente, e rustico come piace a noi, da convincerci subito a restare a cena con i suoi pochi ospiti rimasti! E a tirar tardi a chiacchierare e a ridere con gli otto bambini delle due coppie ancora in campeggio nei bungalow colorati sotto gli alberi: le due sorelle romane hanno quattro figli a testa, una quattro femmine e l’altra quattro maschi, tutti attenti ai nostri racconti sul kayak e tutti molto educati, silenziosi ed allegri. Quando cominciano a sbadigliare, orami a buoi fatto, capiamo che anche per noi è arrivata l’ora della ritirata.

Giovedì 26 agosto 2021 – 40° giorno di viaggio
Roccella Ionica – Faro di Monasterace: 26 km
Pioggia e vento – mare da calmo a poco mosso

La notte è stata più animata del previsto.
Prima degli inaspettati fuochi d’artificio, poi della musica italiana lontana ma perfettamente udibile nel silenzio generale della notte in campeggio, poi ancora un convoglio ferroviario illuminato a giorno con gru e benna al seguito. Siccome il boschetto di eucaliptus confina proprio con i binari, il risveglio di soprassalto alle due di notte mi fa temere di ritrovarmi il treno in tenda. Ci ho messo un po’ a razionalizzare e a riaddormentarmi.

Fortuna che l’alba è avvolta dalle nuvole e che l’ombra avvolge la tenda quando un timido sole si decide a fare capolino tra un groppo e l’altro. Un temporale si preannuncia sulle alture dell’entroterra ed un altro sembra essersi già annunciato sui pinnacoli rocciosi della vicina Roccella Ionica.
Noi torniamo al campeggio YMCA per la prima colazione: caffè latte con pane e marmellata. Come ai vecchi tempi! E anche i discorsi tornano ad essere quelli di un tempo, sui figli ormai nonni dei fiori, sui viaggi per l’Europa in autostop, sulle discussioni politiche e via andando.

Quando il temporale sembra ormai dissolto ed il vento finalmente calato, ci decidiamo a tornare ai kayak, ad indossare giubbotto e paraspruzzi e a riprendere a pagaiare. Passiamo sotto gli spalti del campeggio, un po’ sopraelevato rispetto al livello del mare: tutti i bambini ed i rispettivi genitori sono in prima fila con le braccia al cielo per salutare questi due strani viandanti del mare conosciuti per caso una sera a cena.

A Roccella Ionica facciamo una sosta tecnica per comprare le sigarette di Mauro. E per godere da vicino della vista panoramica sulle sue torri arroccate sulle guglie rocciose del vecchio centro storico.
Aspettiamo che le previsioni meteorologiche si annuncino: il vento di Ostro delle due del pomeriggio che poi rinforza a Libeccio verso le cinque. Entrambi fanno al caso nostro perché ci accompagnano nella nostra rotta odierna, rendendo la giornata un po’ più animata rispetto a quella calma e piatta di ieri. E’ bello quando possiamo sfruttare il vento a favore, ancor di più quando le ondine crestate di bianco che si rincorrono in mare ci permettono di concentrarci sulla navigazione. Il tempo passa e la costa scorre accanto. 

Prima costeggiamo Riace, dove facciamo un’altra sosta tecnica per sgranocchiare un fruttino di mele cotogne del Mammut, mentre gioco a realizzare un’altra delle mie manine di ciottoli levigati: stavolta sono molto particolari, tra i più curiosi dell’intero viaggio, tutti scuri e maculati di macchie tonde e regolari ancora più scure, quasi fossero stati lavorati. 

Poi ci allunghiamo oltre il litorale basso e sabbioso di questo tratto di costa ionica calabrese: un susseguirsi di lunghi spiaggioni deserti, con qualche gazebo di legno e paglia costruito qua e la a distanze regolari, ma oggi tutti privi di bagnanti per via del cielo scuro e carico di pioggia; non ci sono quasi lidi attrezzati e anche quei pochi che incrociamo sono votati al silenzio, quasi un tacito accordo per sintonizzarsi sulla modalità grigia e cupa della giornata; ci sono invece una serie di campi coltivati poco oltre le solite casette sparse sulla spiaggia, costrette tra la statale e la ferrovia, ed incredibilmente vasti uliveti che ricoprono intere colline. Ovunque i segni degli incendi delle settimane passate e ancora in acqua i residui delle ceneri. Non sarà facile dimenticare quest’estate di fuoco!

Infine raggiungiamo la nostra meta odierna: Monasterace.
Il paese è famoso per il suo bellissimo faro tozzo e squadrato a fasce orizzontali bianche e nere: si staglia subito oltre l’anonimo abitato della marina, ma molto più rientrato rispetto alle casette basse ed irregolari del lungomare. Il faro se ne sta appollaiato su una collinetta rientrata, come ad osservare dall’alto non solo la lunga spiaggia di sabbia e ciottoli che si stende ai suoi piedi ma anche un’altra delle numerose meraviglie archeologiche calabresi. Il faro sovrasta infatti i resti archeologici del tempio dorico di Kaulon, risalenti al V secolo a.C., i cui scavi hanno portato alla luce dei mirabili mosaici di rivestimento di una vasca termale che ritraggono delfini e draghi, tutti con le “solite” code a tre punte tipiche dei mostri marini. 

Sbarchiamo ai piedi del faro e per prima cosa, dopo aver tirato i kayak in secca, mi precipito agli scavi perché la luce che filtra tra le nuvole sembra la migliore per scattare alcune foto tanto al sito che al nostro campo. La statua di Diomede è di una bellezza folgorante, non solo perché si affaccia sul mare dal terrapieno degli scavi, ma anche perché la straordinaria fattura delle trecce che avvolgono il grande complesso scultoreo rendono a pieno l’idea del labirinto in cui ci si può perdere (ed in cui il Minotauro ancora cucciolo si racchiude – sull’altro versante della scultura che si apre proprio sul mare!)

Le stelle riempiono il cielo proprio quando i tre lampi regolari del faro iniziano a roteare sulle nostre teste: riconosciamo varie costellazioni a cui siamo da sempre affezionati, la Croce del Nord ed il Delfino, l’Aquila e il Serpente, l’Orsa Maggiore e Cassiopea, e proprio sulla nostra tenda la luminosa Stella Polare! E’ una notte magica che ci fa stare per un bel po’ di tempo con il naso all’insù. 

Venerdì 27 agosto 2021 – 41° giorno di viaggio
Faro di Monasterace – Sant’Andrea Ionio Marina: 21 km
Pioggia e vento – mare poco mosso

Nella notte ci sorprende la pioggia. Avevamo controllato le previsioni meteo e tutti e tre i nostri siti di riferimento non annunciavano la pioggia. Invece alle due di notte una nuvola di passaggio più dispettosa delle altre ha scaricato il suo contenuto liquido giusto sopra di noi. Mauro si è alzato per attrezzare il telo esterno e, come sempre succede in questi casi, non appena lui finisce di sistemare ogni cosa, anche la pioggia finisce di cadere!

Al mattino siamo un po’ stropicciati ma alle nove in punto io mi avvio al museo. Uno sterrato corre lungo gli scavi archeologici di Kaulon già visitati ieri sera e attraversa alcuni campi coltivati fino al sottopassaggio della ferrovia. Poco oltre si apre il bel giardino pieno di reperti del Museo Archeologico di Monasterace. Il biglietto si acquista solo on-line dall’inizio della pandemia e all’ingresso l’unica guida mi chiede il “green pass”, obbligatorio dal 6 agosto per le visite museali: tiro fuori dal portafoglio la mia copia cartacea, un po’ troppo spiegazzata, e mi sento dire che purtroppo non è leggibile. Per un attimo mi sento mancare ma l’attimo successivo mi ricordo di averne conservata una foto nel cellulare: gliela porgo e subito scatta la spunta verde dell’accesso consentito. La tecnologia amica mi fa apprezzare ancora di più il primo utilizzo del “green pass”. E questa non è certo l’unica emozione della mattinata.

Il museo infatti è ricco di reperti archeologici rinvenuti sul sito dell’antica città greca di Kaulon, dotata di un centro abitato, di un tempio dorico, di un complesso termale, di una necropoli in collina, di un porto canale nel fiume che scorre accanto e forse anche di un luogo di approvvigionamento della pietra che oggi risulta sommerso, visto che la costa si è ritratta per oltre 350 metri. Poco al largo del faro, infatti, due boe gialle segnalano l’area speciale degli scavi sommersi di Kaulon, dove sono stati rinvenute colonne, capitelli ed ancore, ed altre meraviglie ora conservate nelle numerose teche del museo. Ci sono anfore e brocche, vasi per oli e profumi, specchi in bronzo e statuette miniaturizzate, coppe e piatti votivi in terracotta, monili e oggetti di uso quotidiano, oltre a molte decorazioni del tempio e delle terme: tra tutte spicca naturalmente il mosaico del drago marino che, insieme agli altri mosaici di draghi e delfini ancora in loco, abbelliva la sala centrale delle terme. 

Ma quello che mi attira di più, e che è diventato il simbolo del museo, è il gruppo di “kadoi” recuperati da pescatori locali nel tratto di mare antistante il tempio dorico di Kaulon: si tratta di grandi contenitori per il trasporto a fini commerciali della pece, l’oro nero dell’antichità. I Greci per primi avevano sfruttato la “risorsa boschiva della pece della Sila”, come si legge sulla didascalia, e la usavano per uso farmaceutico (trattamento di infiammazioni o contusioni), medico (cura di ferite e fratture), cosmetico (ad esempio per la depilazione), per impregnare le torce e per impermeabilizzare le pareti interne dei grandi contenitori per il trasporto delle derrate alimentari (olio, vino, pesce e carni salate), oltre che per il calafataggio degli scafi in legno della flotta mercantile, che assicurava così l’egemonia dei traffici marini ed il controllo del Mar Mediterraneo. I “kadoi” esposti erano parte del carico di una nave in partenza dal porto di Kaulon e diretta verso la Puglia, se non più lontano verso l’Oriente: la permanenza subacquea ha garantito l’eccezionale conservazione della pece, compattata e sigillata dalla terra, ancora allo stato solido come all’epoca veniva trasportata, per poi essere riportata allo stato semiliquido tramite riscaldamento, tanto che allo scopo le pareti interne dei “kadoi” erano rivestite di uno strato di argilla cruda ancora visibile.

Come al mio solito, trascorro un paio d’ore a leggere i cartelli esplicativi e a scattare centinaia di fotografie. Mi rammarico solo per la chiusura del bookshop a causa della pandemia ma mi rallegro della scoperta che gli scavi tutt’ora in corso sono aperti al pubblico in via del tutto eccezionale soltanto fino al 31 agosto!
Quando torno ai kayak è quasi mezzogiorno e Mauro freme per ripartire: nel frattempo si è dedicato ad alcune delle necessarie riparazioni e manutenzioni dell’attrezzatura di viaggio, che quest’estate sembra più provata del solito.

La brezza che spira da sud ci sospinge dolcemente verso nord. Oggi la nostra direzione è esattamente il nord, quindi le prime pagaiate sono agili e veloci. Arriviamo alla pausa pranzo delle due di pomeriggio con buona parte del tragitto giornaliero già coperto e ci ripariamo dalla pioggia sotto uno dei gazebo di legno e paglia che anche oggi incontriamo sulla spiaggia. Ce ne stiamo lì sotto anche quando rispunta il sole e dal nostro quadratino d’ombra osserviamo il mare: per una mezz’ora si imbianca di frangenti ravvicinati e nervosi perché il vento è girato e ha completamente cambiata direzione. Ora soffia più forte e deciso da nord, anche se non ci mettiamo molto a capire che si tratta solo delle prime raffiche dell’annunciato vento da ovest, che si incanala nelle vallate dell’entroterra e che nel raggiungere il mare si allarga a ventaglio lungo la costa bassa e sabbiosa. Ci ricordiamo di un fenomeno analogo nel nostro viaggio a Creta e adottiamo la stessa tattica: pagaiamo vicini alla costa per risalire il vento fino a circa metà del golfo e poi approfittiamo del vento a favore per raggiungere l’altro capo. Qui i capi sono sempre poco pronunciati ma gli effetti sul vento sono identici. 

Passiamo così d’infilata il porto di Badolato, ma appena oltre la sua luce rossa ci accorgiamo che anche questo è completamente insabbiato e invece di barche all’ormeggio al suo interno ci sono ombrelloni piantati al suo ingresso. Il resto del pomeriggio ci offre la solita visuale su una costa lineare con lunghe spiagge di sabbia e ciottoli. Ogni tanto si incontra qualche lido attrezzato e oggi ce ne toccano due tra i più rumorosi ed animati di giochi acquatici dell’intera costa calabrese. All’interno le colline basse sono curate e coltivate, nelle vallate sono stati impiantati nuovi filari di ulivi, e nei punti più panoramici sorgono vecchi paesini in pietra.

Non appena avvistiamo la pineta che incorona la spiaggia bianca di Sant’Andrea Ionio decidiamo di sbarcare, anche se è non sono neanche le sei del pomeriggio. Scendiamo coi kayak poco oltre un nido di tartaruga Caretta caretta, anche questo come gli altri già intravisti lungo la costa protetto da un lungo corridoio di tela oscurante. Sono molti i ragazzi in pellegrinaggio che sul fare della sera si raccolgono intorno al nido: poco dopo arrivano anche i volontari del WWF che sistemano la griglia messa a protezione del nido, spianano la sabbia verso la battigia e si sistemano con gli altri in attesa delle schiusa delle uova. Chissà se stanotte usciranno dei piccoli, come forse è capitato la notte precedente perché ancora si intravedono alcune piccole impronte sulla sabbia intorno alla fossetta del nido. Noi intanto ci infiliamo in tenda: magari avremo la forza di passare a controllare più tardi… 

Stanotte dormiamo in un bellissimo boschetto di acacie sulla duna proprio oltre la spiaggia. Poco più in là, oltre un canale di rovi e di canne si affollano eucaliptus, tamerici e tantissimi pioppi. Il bosco è andato a fuoco qualche tempo fa e si riconoscono gli evidenti segni del passaggio delle fiamme sia sui tronchi degli alberi che sul terreno ancora annerito poco sotto il manto di sabbia e foglie. E’ davvero incredibile la capacità di rinascita della Natura, la resilienza della piante da cui avremmo molto da imparare. I semi secchi delle acacie formano un letto morbido e scricchiolante su cui adagiamo materassini e sacchi a pelo. E’ una notte rumorosa, sia per il crepitio del fogliame che per le attività notturne degli altri abitanti del bosco rinato a nuova vita: si sentono vicini e lontani rami spezzati, foglie smosse, corse disperate e anche qualche salto tra le fronde proprio sopra la nostra tenda. Poi invece cala il silenzio. E la notte è la più bella, profumata, silenziosa, lunga e indimenticabile di tutto il viaggio!