IL BLOG DI TATIYAK

Il kayak è diventato la nostra grande passione, quella che ci appaga al punto da abbandonare tutte le altre per dedicarci quasi esclusivamente alla navigazione.
In kayak solchiamo mari, silenzi, orizzonti ed incontriamo nuovi amici in ogni dove...
Così abbiamo scoperto che la terra vista dal mare... è molto più bella!
Tatiana e Mauro

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
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15 febbraio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #18

🧭 Domenica 15 febbraio 2026
👣 Una gattina rossa
⭐ L'isola dei gatti

Sono gli ultimi giorni di studio prima dell'esame finale del corso di abilitazione che mi trascino (con tutta la fatica intrisa nel termine) dallo scorso mese di ottobre. È uno di quei corsi dai contenuti quasi identici a quelli che ho già seguito per la specializzazione sul sostegno, con frequenza obbligatoria nei fine settimana dei mesi invernali e con prove scritte e orali che si stanno concludendo in queste settimane di febbraio: la settimana scorsa ho consegnato la prova scritta e mercoledì prossimo ho la prova orale. L'ultima.

Non ho più molta voglia di sostenere esami, oltre i 55 anni dovrebbe essere vietato, oppure consentito solo su argomenti scelti in modo volontario: a me interessano moltissime cose, dalle letture femministe alle attività all'aria aperta (kayak da mare, giardinaggio, escursioni), dalla maglia al cucito ai lavoretti creativi alle chiacchiere con le amiche. Ma non vorrei più sostenere esami, anche se gli esami non finiscono mai, anche quando non vorresti dover superare prove indesiderate.

L'altra notte, l'ultima sull'isola prima di rientrare a casa, è stata una notte movimentata: la padrona di casa ha trovato in strada una gattina ferita, forse investita da un'auto, una delle poche che circolano nella zona. Mi ha chiesto di tenerla con me nella casetta con la veranda perché la sua gatta diventa nervosa quando in casa ne entrano altre. Ho accettato di buon grado perché è da quando ho messo piede sull'isola che ammiro la bellezza, l'indipendenza e la fierezza di questi felini in miniatura.

Se ne incontrano un po' ovunque, agli angoli delle case, in alcune colonie feline ben organizzate, nei pressi dei bidoni dei rifiuti o tra i cespugli di euforbia: ci sono gatti di tutti colori, col pelo lungo o corto, e ogni tanto una gatta col pancione si allontana per cercare un luogo protetto per far nascere i piccoli. Purtroppo non c'è nessun piano di sterilizzazione perché i gatti di strada sono lasciati in strada e solo pochi gatti hanno un collarino e vivono dentro casa.

Mi fermo spesso ad accarezzarli, alcuni sono scontrosi e si ritraggono, altri invece si lasciano avvicinare e accettano di buon grado il mio classico grattino sulla testa o sotto il collo. Un paio di micette tigrate mi riconoscono quando rientro da scuola e mi seguono per ricevere qualche croccantino, che ogni tanto infilo nella tasca della giacca, così da non sfigurare quando le incontro sotto casa.
Per qualche tempo ho anche corteggiato senza ritegno una bella micetta a tre colori che aveva delle movenze tutte sue, si strusciava tra le mie caviglie come non ci fosse piacere più grande e qualche pomeriggio si è persino fermata a studiare con me. Poi io sono tornata a Latina per le vacanze natalizie e lei è tornata a casa dal suo umano preferito.

Ho sempre pensato che i gatti rossi fossero tutti maschi, invece ho scoperto che non è così perché questa gattina rossa è una femmina. Era.
La gattina rossa trovata ferita aveva un musetto grazioso e non sembrava soffrire troppo. Non muoveva più la zampina posteriore, ma riusciva ancora a mangiare e dormire e persino a muoversi un po' per raggiungere la lettiera. Aveva bisogno di aiuto e l'ho più volte sostenuta.
Non ho dormito molto durante la notte tra giovedì e venerdì: la micetta non ne voleva sapere di restarsene sul suo cuscino a terra e l'ho tenuta a dormire sul lettone, avvolta in una coperta tutta sua. Al mattino l'ho riadagiata sul cuscino, le ho lasciato da bere e da mangiare e sono dovuta andare a scuola.

Durante l'ora libera dalle lezioni sono tornata a casa per vedere come stava e per parlare con la padrona di casa, che a sua volta parlava con la veterinaria (purtroppo sull'isola non c'è uno studio veterinario sempre aperto, ma c'è una giovane veterinaria che passa un giorno ogni due settimane): sono state prescritte medicine, iniezioni e altro che non ho ben memorizzato, perché sapevo di non poter restare ad accudire la micetta.
Sono rientrata a casa con il traghetto del venerdì pomeriggio che, nonostante il mare mosso, ha ritardato la partenza solo di una mezz'ora. Sono arrivata per l'ora di cena, insieme al messaggio della padrona di casa che purtroppo la gattina rossa era morta.

Ne scrivo qui nel diario scombinato un po' per elaborare il mio piccolo lutto e un po' per trattenere i pochi ricordi di una notte insonne. Perché quando i gatti muoiono si portano dietro molti dei momenti che abbiamo condiviso, ma ci lasciano anche le tante emozioni che hanno riempito le nostre giornate.
Ora sono davanti al computer che dovrei lavorare all'ultima prova d'esame e invece cerco le foto scattate ai gatti dell'isola perché non ho neanche una foto della gattina rossa...
Ma forse è meglio così.

"Ho portato Jeffie nello tudio e messo i concerto per violino di Beethoven, che come sai è uno dei miei preferiti  E all'improvviso le tensioni di questi quattro anni sono scomparse. Mi sono accucviata, ho preso Jeffie tra le braccia e ho lasciato affiorare le lacrime. E lui, con la sua piccola lingua calda e ruvda mi ha detto che capiva."
[Da una lettera di Rachel Carson alla sua amica Dorothy Freeman sul suo gatto Jeffie, poco dopo aver ultimato il suo famoso "Primavera silenziosa"]

Gatta in finestra
Gatto al bar
Compagnia di studio
Questa cucciolotta non l'ho più incontrata
Gatti di strada

06 febbraio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #17

🧭 Venerdì 6 febbraio 2026
👣 Riposo forzato
⭐ Settimane di recupero

Brividi di febbre durante la notte.
Mi sveglio a fatica, la tosse mi impedisce di parlare, le ossa indolenzite mi costringono a letto. Avviso la scuola e chiedo la malattia.
Da quando sono diventata una dipendente pubblica, che può usufruire di questo diritto fondamentale a tutela della salute, mi stupisco sempre un po' del privilegio acquisito: mi pagano anche se sto male, una grande conquista di civiltà che non è ancora universale.
Mi rimbocco le coperte, mi scalderò una tisana con miele più tardi, mi rimetto a dormire finché non mi risveglio da sola, sempre infreddolita e sempre intorpidita. Mangio poco, starnutisco tanto.

L'influenza di stagione non mi ha risparmiata, del resto a scuola si trasmette con facilità.
Queste due settimane di scuola sono di "sospensione didattica": chi ha "collezionato" un debito scritto e/o orale in una qualsiasi disciplina può recuperare con lezioni mirate e con verifiche finali.
Una sorta di "riassunto delle puntate precedenti" in cui docenti e studentə si impegnano a raggiungere la sufficienza, cercando di sfruttare al meglio le prime due settimane di febbraio per un ripasso sommario del primo quadrimestre... Il "repetita juvant" è una raccomandazione intramontabile, con un fondo di verità per sollecitare la comprensione e rafforzare l'apprendimento: con me ha sempre funzionato, spero valga anche per chi è ora in classe con me.
"...Ultimo anno insieme
agitazione, timore, nervosismo
è un continuo parlottio
risate improvvise e sguaiate
bisbigli e confidenze inattese
poco tempo da spartire ancora insieme!"
[Al mattino, in aula - tratta da I, too, sing Italia, raccolta di poesia di Rahma Nur]

All'inizio della settimana, prima di scoprirmi influenzata, sono riuscita a farmi un paio di giretti tra i vicoli del porto e su per i sentieri di Chiaia di Luna.
Ho approfittato di uno dei soliti disagi dovuti alla scarsa connessione telefonica per spostarmi da Le Forna, dove abito e dove non c'è campo, a Ponza porto, dove come per incanto il telefono torna a trillare.
Mezz'ora di autobus per andare e mezz'ora per tornare solo per riuscire a telefonare. Invece di rientrare con la prima corsa utile, mi perdo nei vicoletti intorno alla Via Lunga, quella tappezzata di maioliche commemorative del confino politico del Presidente partigiano, il Presidente più amato.

Salgo tra casette colorate, balconi già fioriti e orti coltivati: scovo nuovi scorci panoramici e ogni volta con la sorpresa cresce anche la meraviglia. Ponza è bellissima.
Vivere in questi vicoletti deve essere molto bello, cullati dal silenzio e attorniati da gatti sornioni. Le scalette levigate e imbiancate salgono e scendono secondo l'unica logica possibile, quella di assecondare avvallamenti tra collinette ravvicinate, in una sorta di labirinto magico dove perdersi è un incanto.
Un cane bonario che puzza di pecora mi guarda con occhi languidi e non resisto alla tentazione di intrufolare la mano in quel pelo folto e bagnato: dopo un po' di grattini, si allontana soddisfatto e si riaccuccia davanti allo stesso portone.

Il giorno dopo salgo con una collega lungo il sentiero che si inerpica su per il versante meridionale di Chiaia di Luna, una delle cale più famose dell'isola per la sua ampia spiaggia arcuata e la sua verticale scogliera policroma: già la cala vista dall'alto lascia senza fiato, il sentiero poi è se possibile ancor più spettacolare. Non solo perché si gode di una vista aperta sul mare turchese della baia ma anche perché la boscaglia lussureggiante offre una tavolozza multicolore incantevole: i verdi della macchia di sposano alla perfezione coi blu dell'acqua, i grigi del cielo e le sfumature terrose della costa, quegli ocra e mattone delle rocce di origine vulcanica che rendono Ponza l'isola più bella del Mediterraneo.

Oltre il parcheggio panoramico di Chiaia di Luna, in cui attirano la mia attenzione i basamenti in ferro delle aiuole, intagliati con motivi di rami e foglie, si dirama una stradina non asfaltata che serpeggia tra le basse strutture bianche di hotel e b&b e case vacanze, in questo periodo tutte chiuse o in fase di ristrutturazione.
Raggiunta l'ultima casetta nascosta nella folta macchia mediterranea, interrotta solo da qualche filare di vite coltivata con chissà quanta fatica su questi piccoli terrazzamenti ora tappezzati di soffice muschio verde, intravediamo un altro paio di rampe di scale in tufo, che si inerpicano su per l'ultimo tratto di costa a strapiombo sul mare.
Più in alto di così non si può andare.

Abbiam fatto bene a passare di qua proprio in inverno, anche se la giornata è carica di pioggia e ogni tanto dal cielo basso di nuvole bianche scendono delle fresche spruzzate di pioggerella leggera. Talmente sottili che neanche ci bagnano.
Non ci sono altre persone in giro e possiamo intrufolarci a piacere in ogni dove, rispettando i vari segnali di proprietà privata e gli strani recinti fatti con reti metalliche, quelle dei vecchi letti a molle ormai arrugginite.

Oltre non possiamo andare.
Dopo aver ammirato dall'alto il doppio panorama che si apre da un lato sulla baia e dall'altro sul porto, in cui ora sta attraccando l'aliscafo del pomeriggio, ci apprestiamo a ridiscendere queste stradine dissestate e scivolose, facendo ben attenzione a dove mettere i piedi perché ogni sasso sembra sul punto di voler rotolare giù a valle.

Anche la notte continua a regalare meraviglie, con la luna piena che sorge dal mare e sale dietro una cortina di nuvole sfrangiate che ricordano le bacchette orientabili delle tende veneziane: scorgo solo fettine di luna dorata, che solo quando arriva allo Zenith recupera finalmente la sua brillante rotondità.
E chissà che non sia per gli appostamenti notturni in veranda se ieri m'è salita la febbre!

Le maioliche dedicate a Pertini sulla Via Lunga 
Portoni e scalinate
Il porto
Chiaia di Luna




01 febbraio 2026

Hand off Greenland!

In questo periodo di guerre sanguinose e di conquiste territoriali ci sembra importante condividere questa iniziativa che coinvolge noi kayaker. Buona lettura!

Kayakers of the world,
even if we don't know each other personally, we are connected by the feeling, the joy, the strength, and the freedom we share with every paddle stroke. We owe all of this to the Greenlandic (and other Arctic) Inuit, to their ingenious heritage and gift to us all: the kayak. Being carried on the waves by my Greenland kayak is pure joy for me. We all share this joy from Greenland to South Africa, from Alaska to New Zealand, no matter how different our kayaks may look.

There are many terrible conflicts in the world right now, and each one pains me and I'm sure it pains you too. But the idea that Trump would come along and, like the worst kind of bandit, try to buy or violently steal the Inuit's freedom, self-determination, and their land with its natural treasures—which they reclaimed through a long and arduous process—for a few "glass beads" is simply incomprehensible, given the connection I feel through paddling with Greenland and the Inuit.

I understand: If I don't do something now to support them in their fight for freedom, I could never again feel good about getting into my kayak or building a Greenland kayak. If you feel the same way, then show your solidarity with Greenland and its people, spread this appeal as a visible sign on social media, pin it to your accounts and kayaks, and forward it to other kayakers and kayak clubs. Perhaps one day we will all meet in Greenland to show, united, that Trump cannot buy or steal Greenland's freedom, because there are many of us. So many!

And to our kayaking friends in the USA: We need you too, especially you, now! We know that most US-Americans do not support Trump's madness. Even if you supported him in the hope that things would improve, show him that you didn't elect him to steal foreign lands and ruin your reputation in the world. Spread this message:

World's Kayakers Unit - Hands Off Greenland

Please send me brief feedback and a picture of where you've placed the button digitally or as a sticker. Then I can send our friends in Greenland a message about where they're receiving support. You can also download the graphic from my website or order stickers for postage and printing costs:

www.gröninga.de
Gunter
Kayak Builder and Paddler

29 gennaio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #16

🧭 Mercoledì 28 gennaio 2026
👣 Il mal tempo imperversa ancora...
⭐ Letture condivise invernali

Anche questa settimana ci sono avvisi di burrasca. Il sito della compagnia di navigazione si riempie di annunci per "condimeteo avverse" e vengono cancellate diverse corse: i traghetti continuano a non partire e a non arrivare. L'isola è isolata.
Sono riuscita a rientrare a scuola dopo un giorno di permesso, ma lunedì pomeriggio il mare era mosso e la traversata è stata impegnativa, per lo stomaco e per la psiche. 

L'umore sembra riflettere i colori del cielo, in questi giorni tinto di un grigio diffuso e diluito dal vento e dalla pioggia. È difficile sorridere quando piove, è più facile con l'arcobaleno, ma dall'isola si vedono solo nuvole pesanti e mare mosso.
La notte scende presto e nell'oscurità che avvolge da ogni parte questo piccolo morso di terra emersa si capisce che "il continente" non è lontano, perché si vedono all'orizzonte le luci delle città riflesse sul cielo basso, presenze palpabili che condensano la nostalgia.

Accanto alle luci di Latina, ben visibile davanti alla veranda della casetta, si staglia silenziosa e immota la sagoma scura del Monte Circeo, perfettamente riconoscibile per il suo rinomato profilo di persona distesa col volto rivolto all'insù. Sembra un guardiano della notte e mi trasmette una sorta di rassicurazione, come se mi dicesse che anche al di là del mare la vita continua tranquilla e serena.

Verso le tre mi sveglio per il ronzio minaccioso di una zanzara invernale e mi ritrovo a guardare a lungo fuori dalla finestra nel cuore della notte: la mezza luna, che in questo periodo sembra una coppa di champagne senza stelo e che per una volta è visibile nel cielo nero ma libero da nuvole, riversa sul mare calmo una luce argentea che sembra un velo di tulle leggermente increspato dalla brezza notturna. Lo stretto tra Ponza e Palmarola si illumina tutto di una chiarore magico, come se avessero acceso tante piccole lucine per rivestire quella distesa oscura di una sottile coltre chiara, che spande all'intorno una luminosità liquida: un sorriso ammirato si distende sul mio volto assonnato. 

Martedì partecipo al Reading Party dell'isola, organizzato da due insegnanti della scuola elementare, Stefania e Roberta, presso il centro sociale Il Veliero di Le Forna, a due passi dalla casetta, una costruzione a due piani con grande finestroni ad arco che affacciano su Cala dell'acqua e su Forte Papa.

Non ho mai partecipato prima ad un incontro del genere, che ha poche regole semplici: si entra, si spegne il telefono e si legge il proprio libro in silenzio per un tempo prestabilito, al termine del quale si può anche scegliere di raccontare la trama o di leggere qualche passo.

Mi sembrava una moda importata e non capivo bene il senso di leggere libri diversi insieme a perdone sconosciute, ma mi sono dovuta ricredere: è stato un bel momento di socialità, e ho afferrato il fondo di verità in chi sostiene e che la lettura silenziosa aumenta la concentrazione (e credo divenga anche un po' contagiosa).

L'orario mi aveva lasciata un po' perplessa, perché pensavo fosse troppo presto incontrarsi nel primo pomeriggio, e invece è stato molto bello leggere mentre le luci del giorno si spegnevano ed il cielo mostrava tonalità cangianti dal rosa pesca al rosso porpora, per poi spegnersi lentamente nel ceruleo serale e poco dopo nel blu intenso notturno.

L'accoglienza è stata molto calorosa e chi ha portato un libro ha trovato non solo compagnia ma anche tisane e dolciumi e persino dei segnalibri artigianali in tonalità pastello con arabeschi e frasi accattivanti: per un'ora piena abbiamo infilato la testa nei libri e per un'altra oretta ne abbiamo parlato, e parlando sono uscite tante nuove idee e proposte per incontrarci ancora. 

Mi piace molto scambiare opinioni su autori e autrici, mi piace scoprire nuovi titoli attraverso l'emozione di chi li sta leggendo, e mi piace anche riconoscere gusti analoghi in persone diverse: il ventaglio di titoli che hanno riempito il mio primo Reading Party isolano parla da solo della ricca varietà di letture possibili.

Io sto leggendo un be romanzo un po' sui generis ambientato nella mia amata Lisbona (dove ho vissuto un anno intero, come qui sull'isola, ma ormai trent'anni fa): "In quel momento si alzò un vento leggero che odorava di mare. Accadeva all'improvviso, certe volte bastava solo girare un angolo. Poi si ritraeva, tornava da dove era venuto, e l'aria non sapeva più di niente. Fece un respiro profondo, come prima di tuffarsi in piscina. E d'istinto si ritrovò a trattenere il fiato, a sentirsi circondato dall'acqua anche se l'acqua non c'era..." [Pranzi di famiglia di Romana Petri]

Tornando a casa per cena mi sono affacciata ad una delle terrazze aperte sull'altro versante dell'isola e sono rimasta un po' a guardare le luci lontane della città di Napoli: si irradiano sulle nuvole basse e accendono un tratto di costa come un tubo al neon.
Mi affascina sempre moltissimo questo bagliore tenue che definisce l'orizzonte e che mi riporta all'altra città in cui ho vissuto per quasi un decennio oltre due decenni fa.
Città reali che ritrovo nei libri o che scorgo di là dal mare. Viaggi reali e immaginari che si intrecciano nel tempo, un tempo che trascorre lento in queste giornate di vento e di pioggia.

L'isola torna ad essere avvolta da forti raffiche assordanti e fredde nel pomeriggio di mercoledì e anche di giovedì, tanto che fino all'ultimo non sappiamo se il traghetto partirà o meno: ancora 30 nodi e ancora onde da 3 metri, stavolta non per giorni interi ma soltanto per un paio di pomeriggi consecutivi, giusto il tempo di movimentare la traversata. 

Anche se a guardare il mare che monta e s'imbianca di cavalloni sempre più grandi, vien quasi voglia di non imbarcarsi affatto e di restare sull'isola ad aspettare che passi l'ennesima bufera. Coi piedi ben piantati a terra, invece che a caracollare sulle onde: potrebbe essere il mio viaggio più agitato. 

Nel tragitto da casa a scuola, e in quello contrario da scuola a casa, mi accompagna la musica speciale delle canne che sbattono nel vento: ritorna il suono di nacchere che per la prima volta ho sentito qui sull'isola.
Si vede anche l'arcobaleno: le raffiche più violente sollevano le onde e l'acqua nebulizzata si colora dei colori dell'iride, un'illusione che dura qualche attimo soltanto prima di volatilizzarsi per la raffica successiva.

Questa potrebbe essere la mia settimana di scuola più corta, perché dopo il permesso di lunedì ne prendo un secondo per motivi di studio: venerdì pomeriggio devo seguire un corso di formazione per docenti neo immessə in ruolo che devono completare l'anno di prova, il corso si svolge in presenza presso la scuola polo di Formia, per poterlo seguire devo assentarmi da scuola. Ma l'incertezza sui collegamenti è tale che niente è mai garantito.

Chissà se e quando riuscirò a partire e chissà se e come riuscirò a seguire il corso (perché nessuno abbia pensato a proporre la presenza a distanza non lo so, forse perché sarebbe stato troppo comodo per chi lavora sull'isola).
Per capire come andranno a finire le mie prossime giornate posso solo attendere.
Con pazienza.

Che a pensarci bene, è un po' come leggere, perché non sempre si riesce a pianificare la lettura come vorremmo, molte volte cambiano i programmi o subentrano impegni che sottraggono tempo o che impongono di rimandare la chiusura del capitolo a momenti più propizi. Per quanto sia coinvolgente il libro e per quanto sia forte il desiderio di giungere alla sua conclusione, chi legge sa bene di non essere padrona assoluta del proprio tempo: leggere è una di quelle attività che dipende da talmente tante altre variabili, che è un po' come vivere sull'isola.
Sull'isola si "naviga a vista".

I libri letti al Reading Party di Ponza
I segna-libri artigianali dell'incontro...
Il mare mosso in foto non rende mai bene!
Le radici delle canne che crescono lungo il tragitto tra casa e scuola...
Il muretto accanto al quale mi fermo per ascoltare il suono delle canne al vento...


20 gennaio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #15

🧭 Mercoledì 21 dicembre 2026a
👣 Altri avvisi di burrasca
⭐ Meraviglie invernali

Questo inverno sembra un inverno vero. Pioggia, vento e mare in burrasca. Freddo, mani e piedi ghiacciati, cappello calato sugli occhi. E traghetti sospesi. Più del solito, pare.
Devo proprio farmi piacere l'isola.
E meno male che già mi piaceva tanto ben prima di venirci a vivere. 

Da sempre adoro le sue scogliere policrome, le sue coste frastagliate, le grotte, i faraglioni e gli archi naturali. L'isola è di origine vulcanica, frutto di eruzioni sottomarine che hanno regalato all'arcipelago intero, ma in special modo a Ponza, un caleidoscopio di rocce colorate, dal bianco della pomice al nero dell'ossidiana, passando per l'ocra, il grigio, il marrone, il rosso bruciato e persino il verde oliva di una varietà di pietre che solo esperti geologi sanno riconoscere e nominare (devo insistere con mio fratello, geologo ricercatore, per convincerlo a venirmi a trovare!).

Ci sono scorci panoramici ovunque sull'isola che lasciano a bocca aperta, davanti ai quali potrei trascorrere lunghi pomeriggi di meditazione estatica, talmente belli da emozionare.
L'entroterra è accattivante, così ricco di sentieri poco battuti e terrazzamenti ormai abbandonati e angoli suggestivi quanto sconosciuti.
Ma è soprattutto la costa ad essere per me fonte di continua meraviglia.

Ovunque si scoprono spiagge isolate e falesie strapiombanti e punte sorprendenti, così lavorate dal tempo e dall'acqua e dal vento da sembrare delle vere sculture naturali.
Ti entrano negli occhi e restano lì.
L'isola è un'incanto anche in inverno.

Anche ora che i traghetti non partono e non arrivano, che mancano frutta e verdura e medicine, che le finestre cigolano per le raffiche del vento, anche nel pieno del mese più freddo dell'anno Ponza non smette di sedurre.
Viverci non è cosa semplice, ma ci si abitua, e mi pare di capire che chi ha scelto di restare sia molto orgoglioso, tanto della scelta quanto dell'isola. È una bellezza.

Da ieri imperversa un'altra tempesta.
Il vento che la settimana scorsa soffiava da Ponente ora arriva da Levante ed è tornato a sfilacciare le onde del mare. Stavolta la casetta sembra più riparata perché il vento arriva alle spalle e la collinetta protegge un po' la veranda. 

Oggi che non piove più come ieri, di quella pioggerella fitta fitta che con Camilleri ho imparato a chiamare "azzuppaviddano", mi sono decisa a risalire lungo il sentiero segreto dietro casa per raggiungere il piccolo belvedere affacciato su Cala Inferno, che oggi mostra in tutto il suo inquietante fascino l'origine del suo nome demoniaco.

Questo è uno dei punti in cui l'isola è più stretta, poche decine di metri tra un versante e l'altro.
Mi sorprende sempre quanto possa trasformarsi la costa di una stessa isola, quella più esposta al vento e quella più ridossata e protetta.

Verso Levante i frangenti imbiancano la scogliera, sommergono la spiaggia e riempiono l'aria di goccioline nebulizzate. È tutto un volteggiare di foglie e di gabbiani, di arbusti battuti dal vento e di raffiche intermittenti che fanno perdere l'equilibrio.

Verso Ponente invece l'acqua è piatta e tutto sembra calmo e tranquillo, come se nulla stesse accadendo. Basta però allontanarsi di poco dalla costa per vedere di nuovo gli effetti della forza del vento: oltre il riparo naturale dell'isola, il mare torna a tumultuare e la tempesta riprende a ruggire. È tutto un ribollire di aria e acqua e pensieri.
È la tempesta d'inverno.

Negli stessi giorni in cui l'apocalisse di neve sommerge la Kamchatka e un ciclone di nome Harry fa scattare l'allerta rossa in Sicilia e Sardegna, qui l'isola è avvolta da raffiche violente e costanti che mi fanno sentire una piccola entità trascurabile rispetto alla potenza irrefrenabile della natura.

Ho provato a girare qualche video, ma non riuscivo a mantenere l'equilibrio perché è proprio vero quel che dice la Scala Beaufort dei venti: "Forza 7 - Vento forte: in mare le onde si ingrossano, la schiuma comincia a 'sfilacciarsi' in scie; a terra gli alberi iniziano a ondeggiare, si cammina con difficoltà contro vento".

In effetti, cammino con estrema difficoltà per andare a scuola al mattino: non solo perché vado contro vento, ma anche perché per un certo tratto di strada, il vento si incanala lungo strettoie che sembrano diventare dei tunnel di accelerazione, e in più di un'occasione mi sono dovuta fermare, fare un passo indietro e aspettare per ripartire.

Al rientro da scuola, invece, m'è parso di volare, perché il vento che prima contrastava il mio cammino adesso mi spingeva con tale veemenza da farmi saltellare, e ad ogni saltello pensavo di potermi staccare da terra.

Sarebbe bello imparare a farlo, staccarsi e volare: da piccola lo sognavo spesso, e nel signo ci riuscivo proprio dopo aver corso a perdifiato. Lasciarsi librare nell'aria fredda dell'inverno, imparare a planare tra le correnti ascensionali come fanno i gabbiani, diventare leggera quel tanto da potermi sollevare e quel poco per riuscire a dimenticare ogni pesantezza.
Ora posso riuscirci, anche se per il tempo di un saltello soltanto.
Un saltello sull'isola.

Visuale aperta verso il porto di Ponza 
Il versante orientale battuto dal vento
Cala Inferno
I due versanti dell'isola

P.s. Ho caricato sulla mia pagina social i due video traballanti realizzati durante la burrasca: https://www.facebook.com/share/v/1As3HFyGQD/

13 gennaio 2026

Il sostegno dell'isola - diario scombinato di un'insegnante in trasferta a Ponza 💙 #14

🧭 Lunedì 12 dicembre 2026
👣 Prima settimana di scuola del 2026
⭐ Prima burrasca del nuovo anno

La settimana scorsa è ripresa la scuola. Questa settimana sono ricominciate anche tutte le attività connesse al mio anno di prova, come colloqui, patti professionali, piani di valutazione, osservazione e tutoraggio. Sono trascorse in un lampo le due settimane di sospensione delle attività didattiche e il 6 gennaio, giorno dell'Epifania ancora festivo, sono tornata sull'isola.

Mi sono portata dietro i bei ricordi del recente viaggio da sola a Valencia, una delle città europee più belle che ho avuto occasione di visitare e che mi è sembrata l'esatto emblema di un ponte sospeso tra passato, presente e futuro. Un ponte come uno dei venti che attraversano il vecchio letto del fiume Turia, deviato a sud della città per evitare le inondazioni e trasformato negli ultimi decenni in un giardino attrezzato lungo una decina di chilometri, dove si può camminare, correre e pedalare in libertà, tra statue antiche e moderne, parchi attrezzati per persone di ogni età e la strabiliante "Ciutat de las arts e las ciecias" ideata dall'architetto valenciano Santiago Calatrava che da sola vale il viaggio.

Ha passeggiato in lungo e in largo per 12 ore al giorno per ciascuno dei 4 giorni trascorsi in città e non mi sono mai stancata così tanto, ma anche divertita come da tempo non mi capitava. Viaggiare da sola significa scegliere in libertà dove andare, ad ogni incrocio improvvisare una svolta in base all'estro del momento; significa cambiare programma ogni momento perché un programma vero non l'ho fatto; significa perdersi nei vicoli sapendo di ritrovarsi, fermarsi ad osservare il flusso di turisti origliando così tante lingue diverse, riprendere il tragitto seguendo solo il proprio ritmo, che è il ritmo lento di chi scopre ad ogni passo tante cose nuove.

Ho raccolto semi e foglie, da sempre i miei souvernir preferiti, scattato fotografie a particolari (non) trascurabili (come il meraviglioso semaforo pedonale col simbolo verde e rosso di una donnina in gonnella - que viva siempre i semafori femministi di Cabanyal, il quartiere marino di Valencia!), guardato per lunghi minuti una sola installazione artistica che ha aperto nel mio io profondo voragini di senso inesplicabili.

Ho visitato più volte il centro storico, restando in contemplazione dei vari monumenti tattili disseminati in ogni dove; ho trascorso ore nel giardino botanico universitario, avvolta dal garrire dei pappagalli verdi con la testolina rossa che schioccavano il becco per sbucciare i datteri delle palme; ho passato un'intera serata ad ammirare le luci che lentamente illuminavano un'architettura strabiliante e leggera, anche se fatta di vetro e cemento, che in più si rifletteva sull'acqua bassa del bacino circostante, rivestito di maioliche di un bianco candido come le nuvole, l'impronta di Calatrava sulla Città delle arti e della scienza.

Ho noleggiato una bicicletta per raggiungere il mare in un giorno di vento, ho preso un autobus in una mattina di pioggia per arrivare alla riserva naturale circodata dalle risaie dove dicono sia stata inventata la paella, ho ripreso la metro per tornare in aeroporto sapendo di voler visitare Valencia ancora e ancora.

E sono tornata a casa pensando che se mi piace così tanto viaggiare da sola, allora forse devo rivalutare il mio soggiorno in solitaria sull'isola, perché anche quello a Ponza è un viaggio che si ripete tutte le settimane, e che ogni volta faccio da sola.

Il fine settimana appena trascorso è stato davvero spettacolare.
Il tempo era talmente brutto che già da giovedì sapevamo che i traghetti non sarebbero partiti: il vento è aumentato fino a 35 nodi e le onde sono cresciute fino a quasi 5 metri. Con un mare del genere l'unica alternativa possibile era di restare chiusa dentro casa.
E di guardare il mare dalla grande vetrata della casetta, affacciata sulla veranda che a sua volta è affacciata su Palmarola. 

Dalla cucina ho visto il temporale avvicinarsi, i nuvoloni correre bassi sull'acqua, la pioggia scendere come un sipario bianco che a più riprese calava sul palcoscenico unico della burrasca.
Le onde si gonfiavano e spumeggiavano, spesso sfilacciate dalle raffiche in lunghe ghirlande liquide, sempre arrotolate a coprire il molo del porticciolo che ad ogni bordata scompariva sotto i marosi. 

La pioggia è diventata grandine in più di un'occasione e nel pomeriggio ha persino tentato di infilarsi in casa, quando la porta-finestra della veranda ha ceduto alla forza del vento che ululava e spingeva come a voler entrare.
La casetta m'è sembrata davvero troppo esposta, senza alcuna protezione all'intorno, lontana com'è dalle altre casette. Ha scriocchiolato per tutta la notte e anche per il giorno seguente.

Sono rimasta incollata alla finestra come fosse un grande schermo che trasmetteva uno spettacolo naturale incredibile, unico ma sempre diverso, e mi sono sentita una spettatrice fortunata e privilegiata. Anche per il fatto di avercela, una casa.

Il giorno dopo la burrasca era passata: tutto è tornato così limpido e sereno e blu che sembrava quasi arrivata la primavera. Ci sono giornate in cui anche senza spostarsi da casa si possono ammirare panorami meravigliosi. Che poi è un po' come viaggiare.

Sabato 10 gennaio 2026
Domenica 11 gennaio 2026